Intervista: Football Rail

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Football Rail è un viaggio tra diverse città con il tema calcistico a fare da collante tra storie di fantasia ed avvenimenti realmente accaduti. Ne abbiamo parlato con il curatore del progetto Cristiano Carriero.

Come nasce l’idea di “Football Rail” e quali obiettivi ti sei posto in tal senso?

Il libro nasce dall’idea di raccontare le città e la loro passione per il calcio. Abbiamo cercato di fermarci in “stazioni principali” come Amsterdam e Barcellona, e stazioni secondarie come Trondheim e Saint’Eteinne. Molte di queste città, in fondo, non sarebbe diventate così famose senza il calcio, e anche molti di noi, appassionati, non sarebbero stati in certi posti se non fosse stato per il pallone. Una città che rappresenta benissimo questo pensiero è Dortmund. Ci si va per il muro giallo, per poter raccontare di essere stati in quella curva, non per la bellezza della città che di sicuro non è Parigi, per intenderci. L’obiettivo è raccontare una sorta di viaggio che passa appunto da città più note e da altre meno conosciute. E di conseguenza cambiano anche le storie.

In che modo hai deciso di far convivere situazioni frivole (ad esempio la parte di Trondheim) con altre drammatiche (ed esempio la parte di Zagabria)?

Mi riallaccio al discorso di cui sopra. Ogni città ha la sua storia, spesso legata proprio a quella della squadra. Se pensi a Zagabria non puoi non pensare alla targa fuori dallo stadio che celebra gli “eroi” che hanno iniziato la lotta per l’indipendenza del paese. Altre sono città che celebrano altre storie, e quindi ho preferito un approccio più da fiction, come nel caso della città norvegese che tu citi. Ecco, la vera discriminante è la distinzione tra documentario e fiction. Ovvero tra i fatti “storici” e le leggende, ma questo è il bello delle storie del calcio. Non sai mai quanto sono vere.

Da groundhopper praticanti ti chiedo se sei più attratto dagli stadi di nuova generazione o da quelli vecchi (vedi il bel pezzo dedicato al Molineux)?

Non vorrei fare troppo il nostalgico, ma ti confesso che certi vecchi stadi hanno un fascino tutto loro. Mi viene in mente il vecchio Calderòn, ma anche lo stadio dove giocava il Malines, che era un vero catino. In italia l’Appiano di Padova o il mio amato Della Vittoria a Bari. Poi c’è un tema di sicurezza, e va detto anche questo. Quegli stadi ribollivano di entusiasmo, ma purtroppo anche di pericoli. Il calcio va in un’altra direzione e non dobbiamo dimenticarci che la sicurezza è un tema importantissimo.

Credi che l’epopea del Saint Etienne e la figura di Dominique Rocheteau siano un po’sottovalutati dalla letteratura sportiva?

Sì, decisamente. Il mio amico Francesco Costantini – giornalista preparatissimo non solo di calcio ma anche di musica e cinema – dice che il calcio moderno è nato lì. Parla di medicina sportiva, centri sportivi, marketing, calcio champagne. Non è poco, e non ho motivo di non credergli. Hai ragione, è una storia un po’ sottovalutata, forse perché ci vuole una memoria storica non indifferente. E una cultura altrettanto adeguata. Motivo per cui all’interno della raccolta ho inserito molti “nerd” del calcio.

Come vedi invece la crescita di realtà a noi lontane, come il Qabala allenato addirittura dal grande Tony Adams?

Anche per queste storie ci vuole parecchi cultura. Qabala è una città cara a Emanuele Giulianelli che è andato a pescare questa storia di Tony Adams che non conoscevo. Poi ti devo dire al verità: era veramente difficile trovare una città con la Q! E quindi devo ringraziare Emanuele per averla trovata e averla saputa narrare.

I valori trasmessi dalle storie sono intensi e coinvolgenti. Temi possano risultare anacronistici in un calcio sempre più alla merce’ dei soldi?

 È un rischio che corro volentieri. Approcciarsi a questo libro significa pensare ad un viaggio e, come hai detto anche tu, ad una passeggiata vicino a stadi e vecchi bar dove ci si riunisce per parlare di calcio. E con la scusa del calcio si attraversano epoche, ci si ricorda delle canzoni, di vecchi film, e di come la città viveva una certa passione. Non lo so se quel calcio non c’è più e non sono un sostenitore del motto “si stava meglio quando si stava peggio”, credo solo che certi ricordi non debbano andare perduti.

Esiste ancora la passione vera per una squadra o il bieco tifo contro e la globalizzazione hanno tolto questo sentimento?

Esiste sicuramente, anche se fa strano vedere in città come la mia (Bari) bambini con la maglia del Real o del Manchester City. Noi avevamo tutti la maglia del Bari. Immagina città grandi come Taranto (200 mila abitanti) in cui generazioni intere non hanno mai visto la Serie B. Finisce che a 25 anni pensi che dalle tue parti il calcio non sia mai esistito. Poi per fortuna ci sono i ricordi, le leggende come quella di Iacovone, e questo accade in tante città di Europa e del Mondo. Perché chi ha visto il Malines contendere alle grandi d’Europa le Coppe non lo dimenticherà mai. La verità è che il calcio è lo sport che più di tutti ci fa conoscere i luoghi, se pensi che altri sport di squadre spostano le franchigie: basti pensare al NBA o alla pallavolo. In Italia c’è la Lube che è passata da Macerata a Civitanova. Sai che sarebbe successo se fosse successo nel calcio? Fidati, c’è ancora quella passione lì.

Il calcio è ancora un mezzo capace di unire o sta diventando invece un pretesto per alimentare divisioni e tensioni?

I social, che tanto amo, hanno alimentato tensioni verbali che prima non esistevano o si limitavano alla chiacchiera da bar. Il problema è che la polemica è diventa quotidiana, si va avanti per giorni e forse è anche per questo che durante il lockdown il calcio c’è mancato come pensavamo. Speriamo che sia una buona opportunità per riconsiderare certe dinamiche, che francamente trovo molto noiose. Per me il calcio deve unire, creare legami emotivi, generare cultura e conoscenza dei luoghi. Aiutarci a capire una cosa fondamentale e che nelle scuole si studia sempre con un pizzico di superficialità: la geografia.

Da curatore del progetto qual è il tratto comune che lo contraddistingue e cosa deve aspettarsi il potenziale lettore?

Il lettore deve lasciarsi andare. Ascoltare. Aprire un vecchio Atlante geografico e immaginare i percorsi. Divertirsi.

Credi che si possa essere in futuro un “Football Rail 2”?

Libri così hanno un potenziale enorme. Credo ci possa essere un 2 ma anche un 3!

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