Intervista: Un’Estate In Italia

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“Un estate in Italia” è l’occasione per vare un viaggio nelle pieghe del Mondiale del 1990, attraverso un’analisi che l’autore Matteo Fontana ha condotto sotto vari punti di vista. Ne abbiamo parlato con l’autore.

E’ corretto definire il Mondiale del 1990 come il primo dell’era moderna in termini di tecnologie e globalizzazione delle informazioni? Tale evoluzione è secondo te positiva o hai una visione più romantica del calcio?

 “Italia ’90 ha segnato una svolta nella concezione del calcio. Si può parlare di primo mondiale “globale”, perché davvero, a livello mediatico, la sua diffusione fu planetaria, con le connessioni informatiche che iniziarono a incidere in un’era che era ancora pre-Internet. Da lì in poi non si è più tornati indietro. Si è smarrito il romanticismo per queste ragioni? La magia, quella sì, è difficile da ritrovare. Ma penso che si possa vivere e amare il calcio in maniera diversa, a condizione che si conservi la memoria per quel che è stato”.

 Montezemolo si è sempre detto molto contento del lavoro fatto nell’organizzazione del Mondiale, parlando di “sogno realizzato” : alla luce degli sprechi e degli scandali finanziari tale valutazione è miope o di parte?

“Luca Cordero di Montezemolo è stato il vertice organizzativo di Italia ’90 e il suo lavoro è stato minuzioso e capillare, ci fu il coinvolgimento di tutte le maggiori imprese italiane. Gli sprechi e gli scandali sembrano essere endemici del Paese di allora, in senso generale. Nel 1992 scoppiò Tangentopoli ed emerse la corruzione enorme che guidava i rapporti tra la politica e la finanza. La macchina disegnata da Montezemolo aveva tutte le strumentazioni per essere redditizia, ma fu la scuderia Italia a cadere nelle sue perenni mancanze e torbide tentazioni”.

 In tal senso possiamo considerare il mondiale italiano come l’apice ed il colpo di coda di un sistema economico-finanziario e politico sull’orlo del collasso e dalle fondamenta cedevoli?

“L’inchiesta “Mani Pulite” è, appunto, la prova provata del dissesto di quell’Italia che, negli anni ’80 – quelli del “riflusso”, del nuovo boom economico, del craxismo –, spese molto, con la convinzione che l’età dell’oro non sarebbe mai esaurita. Invece, come ben sappiamo, il mondo si stava trasformando, il crollo del Muro di Berlino certificò il cambiamento, il valore geopolitico di una nazione che era il confine tra l’atlantismo e il blocco sovietico si dissolse, con le conseguenze successive. Italia ’90 fu un simbolico canto del cigno di quel sistema”.

 Quanto le polemiche scaturite dal “caso Baggio” hanno influito sulla preparazione del torneo sia in positivo che in negativo? Sono state uno sprono o un freno?

“Roberto Baggio è stato il campione che ha segnato una generazione. Ha cambiato diverse maglie, ma se si dovesse indicare quella più paradigmatica per raccontarne la carriera, sarebbe il caso di riferirsi alla casacca azzurra dell’Italia, con cui ebbe un rapporto tormentato. L’apice fu a USA ’94, ma il Mondiale in casa lo collocò al centro delle attenzioni. La sua ultima stagione con la Fiorentina era stata sofferta dal lato personale. Il caso della sua cessione alla Juventus ne fu l’epilogo ed ebbe ripercussioni sulla fase di preparazione a Italia ’90, con contestazioni e a proteste infuocate che arrivarono fino a Coverciano. In campo, però, Baggio incantò, il suo gol alla Cecoslovacchia resta nell’immaginario collettivo, per chi l’ha vissuto. Quindi, il freno iniziale si tramutò in una spinta in più”.

 Dal punto di vista calcistico come giudichi il livello di Italia 90?

“Questo tema rimane fortemente dibattuto. Ci sono due aspetti di cui tenere conto: sul piano spettacolare, quel Mondiale non fu per nulla esaltante. Non c’erano squadre iconiche come il Brasile del 1982, eliminato dall’Italia di Enzo Bearzot e dalla leggendaria tripletta di Paolo Rossi, o l’Argentina del 1986, resa epica, ovviamente, dalla presenza di Diego Armando Maradona. Il livello di gioco si ricordano poche grandi partite. Ma se parliamo di tensione emotiva, quel torneo è stato di un impatto forte. E per certe nazionali, l’Italia e l’Inghilterra in primis, e poi, non serve sottolinearlo, per la Germania Ovest che alzò la Coppa e per il mitico Camerun, si parla di qualcosa di epico, anche se dal lato tecnico non si vede molto, anzi. Piuttosto, la tattica spadroneggiò”.

 Per le tante incredibili storie all’interno del Mondiale (Jugoslavia, Colombia, Camerun e tante altre) credi che sia stata una delle più significative della storia?

“La parabola più coinvolgente resta quella del Camerun, nella mia valutazione. Già nel 1982 i Leoni Indomabili avevano sfiorato il passaggio del turno (l’Italia la passò liscia per un gol in più), ma per le squadre africane andare avanti al Mondiale era visto sempre come un risultato miracoloso. C’era riuscito il Marocco, nel 1986. Al netto di questi dati, il Camerun non soltanto arrivò ai quarti: batté al debutto di Italia ’90 l’Argentina campione in carica, ebbe in Roger Milla una figura che entrò nel cuore e negli occhi di tutti. Se non fosse stata per la scarsa (eufemismo) propensione a difendere, avrebbe anche eliminato l’Inghilterra, approdando in semifinale. In seguito le selezioni d’Africa hanno regalato altre imprese, con il Senegal nel 2002 o con il Ghana nel 2010, ma nessuno può pareggiare il Camerun visto in Italia”.

 Domande scontata e di difficile risposta: cosa sarebbe cambiato secondo te se la semifinale contro l’Argentina fosse stata giocata in una città diversa da Napoli?

I protagonisti dell’Italia di allora confermano, ancora oggi, che scontarono eccome la differenza di calore tra Roma e Napoli. Non voglio dire che al San Paolo non ci sia stato sostegno per gli Azzurri, ma Maradona, che fu molto abile in termini dialettici nella preparazione dell’ambiente, era per la città un messia. Inoltre, il clima dell’Olimpico era irripetibile. L’Italia era stanca, veniva da un percorso dispendioso. Le gambe non rispondevano più come prima. Le mille e mille bandiere tricolori che sventolavano a Roma avrebbero dato forze in più ai giocatori? Probabilmente sì, ma il rebus resterà sempre senza soluzione”.

 Quanto è durato il tuo certosino lavoro di ricerca e quanto è durata la cernita degli articoli più significativa del periodo da te fedelmente riportati?

“Avendo vissuto in tempo reale il Mondiale, il mio lavoro è stato agevolato. Mi spiego meglio: fin dall’inizio mi sono stati chiari gli indirizzi da seguire, sia in termini di ricerca che per quel che concerne la scelta degli articoli dell’epoca che sono un filo d’Arianna che conduce attraverso i fatti e i personaggi dell’epoca. Ma un anno è stato necessario per raccogliere il materiale e procedere a una stesura compiuta e il più possibile obiettiva”.

 Il premio quale miglior giocatore è andato al capocannoniere Totò Schillaci, tu chi avresti votato?

 “Difficile non dare un riconoscimento simile a Schillaci: Totò fu elettrizzante, la sua storia rimane bellissima. Ma Paul Gascoigne e Roger Milla sarebbero stati delle ottime alternative”.

 A trent’anni di distanza da Italia 90 credi che il nostro paese sia pronto e maturo per organizzare un’altra simile manifestazione? O corruzione e malavita sono tarli inestirpabili nel nostro sistema organizzativo?

“Controlli di legge e protocolli si sono fatti più stringenti, anche se non ancora abbastanza. L’Italia rimane un Paese in cui l’interesse privato è preminente e il danaro pubblico non viene visto come uno strumento di investimento e sviluppo, bensì nella forma di una sorta di “bancomat” per interventi assistenziali e prebende. Lo dico con una reale amarezza. Il percorso per arrivare a rapporti sani, a cominciare dal semplice cittadino, è ancora lungo. E se guardiamo al calcio in sé, gli stadi italiani non sono all’altezza di ospitare un grande evento, men che meno un Mondiale. Duole, perché qui il calcio è una religione. Purtroppo, la chiesa resta ancora troppo lontana dal centro del villaggio”.

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