Intervista: Il Buio Oltre L’Azzurro

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Con la solita precisione e competenza Andrea Bacci ripercorre la storia della nazionale italiana attraverso le storiche sconfitte della stessa, con una serie infinite di aneddotti e particolari interessanti.

Nel complimentarmi per il libro ti chiedo come hai deciso di parlare delle sconfitte della nostra nazionale. C’è più da scoprire nelle sconfitte che nelle vittorie?

Grazie per i complimenti. Per chi, come me, scrive libri solo per il gusto di farlo senza guadagnarci in denaro, quello è il premio più gradito. Innanzi tutto devo precisare che “Il Buio oltre l’Azzurro” è il rifacimento e l’aggiornamento di un mio libro del 2002, “Dal Cile alla seconda Corea”, testo che all’epoca ebbe buon risalto (buono per quanto ne possa avere un libro di sport), ma che da troppi anni era introvabile. Per questo la mia decisione di rimetterci mano, perché dalle grandi sconfitte della Nazionale c’è moltissimo da scoprire, molti episodi e risvolti sportivi e umani che non meritavano di passare nel dimenticatoio.

Nella spedizione del 1962 è stato più deleteria l’ingerenza della stampa o la confusione in senso alla commissione tecnica formata da Giovanni Ferrari e Paolo Mazza?

 A quell’epoca la presenza di grandissimi personaggi della carta stampata, da Brera a Ghirelli, autentici giganti dello scrivere di sport, era così forte che anche i Ct dovevano spesso abbassare la testa e accettare i “consigli” che provenivano da certe penne. Non voglio mancare di rispetto ai giornalisti di oggi, alcuni bravissimi, ma semplicemente non ce li vedo Caressa o Pardo a suggerire la formazione a Roberto Mancini! Per entrare nella domanda, in ogni periodo in cui il Ct non sia stato una persona sola c’è sempre stata confusione e problematiche varie, e la storia della nazionale del 1962 ne è l’esempio più lampante. Tutta la trasferta e la sua gestione fu un disastro, sotto ogni punto di vista.

La figura di Mondino Fabbri fa quasi tenerezza dopo l’eliminazione della Corea: secondo te ha pagato più di ingenuità ed inesperienza oppure troppa sicurezza nel suo credo tattico?

Fabbri è uno dei personaggi che più mi hanno affascinato nello scrivere questo libro. Non fosse scomparso avrei dato oro per intervistarlo per una biografia. Purtroppo è passato alla storia come il tecnico sconfitto dalla Corea, ma era sicuramente un uomo molto preparato e capace che ha pagato forse molte colpe non sue. E’ stato uno dei Ct che più si è fatto amare dai suoi giocatori, che forse però era inviso a poteri forti cui non è parso vero toglierlo di mezzo. Anche il mondiale inglese è l’esempio classico di errori madornali fatti forse più per mediare tra varie componenti che non dal dare retta alla propria testa. Per non dire poi della storia del presunto complotto chimico, che visto con gli occhi di oggi risulta un’autentica barzelletta.

Con il senno di poi da che parti ti schiereresti nell’atavica rivalità tra Mazzola e Rivera del 1970? Sposeresti la versione più offensiva che li vedrebbe in campo insieme?

Naturalmente sì, se facessi l’allenatore e avessi due giocatori formidabili anche nello stesso ruolo farei di tutto per schierarli in campo insieme. Però Rivera e Mazzola erano grandi personaggi, prime donne assolute che magari si sarebbero pestati i piedi pur di prevalere l’uno sull’altro. Però, ripeto, avere due fuoriclasse e tenerne uno in panchina mi sembra un delitto. Per non dire che nel Brasile i cinque formidabili fantasisti giocavano tutti insieme…

Possiamo ritenere l’eliminazione dal Mondiale de l1974 come uno spartiacque tra due ere calcistiche del nostro calcio?

Chiaramente sì. Il fallimento del mondiale tedesco di Valcareggi è da imputare alla fiducia che il Ct aveva nei suoi pretoriani, quelli che gli avevano dato l’Europeo di sei anni prima e avevano disputato il travolgente mondiale messicano. Anche fino all’anno prima del mondiale i risultati erano stati positivi, ma alla prova più importante fu tragicamente chiaro di come il sogno di far durare nel tempo quella straordinaria generazione di campioni, magari mettendoci dentro nuove personalità come Causio e Chinaglia non bastò. I giovani erano gelosi dei vecchi e i vecchi non volevano mollare. Forse l’unico merito di quella storia è quello di aver dato il modo a Giovanni Arpino di scrivere il capolavoro assoluto della letteratura calcistica italiana, “Azzurro Tenebra”.

Secondo te con una miglior gestione dei giocatori l’Italia avrebbe potuto arrivare in finale nel 1978? O credi alla teoria della creazione della basi per il successo futuro cara anche ad Osvaldo Soriano?

Una teoria non esclude l’altra. Per esempio la Croazia del 2018 mi ha ricordato molto quella nazionale, perché era fortissima ma al momento di fare quel qualcosa in più e vincere un Mondiale assolutamente alla portata è stata sconfitta da avversari certamente più avvezzi a certi palcoscenici o a malizie varie. Si dice molto della inutile partita contro l’Argentina con la squadra di Bearzot già qualificata per il girone successivo, di come fu tirata alla morte e pagata successivamente. Il calcio è bello proprio perché si fanno certi clamorosi errori di valutazione: con una squadra più fresca, cioè che non crollasse fisicamente nel secondo tempo della gara con l’Olanda, minimo la finale non sarebbe sfuggita. Poi sarebbe potuto succedere di tutto.

In merito al Mondiale del 1982 parli approfonditamente della presunta combine di Italia –Camerun: senza entrare più di tanto nei dettagli (per rispetto dei potenziali lettori), tale situazione ha mitigato in parte la tua gioia per il successo finale?

Nella maniera più assoluta. La vittoria del Mondiale spagnolo resta il più grande successo nella storia del calcio italiano, anche più degli altri tre. Sulla partita contro il Camerun basta vederne qualche spezzone per capire che gli africani l’avevano charamente venduta, o che non la giocarono per vincere. Ma è mia certezza che l’Italia non l’avesse comprata. E se fosse stata giocata veramente non credo che l’Italia avrebbe perso.Poi è chiaramente stato un divertimento seguire le tracce di Stefano Chiodi e del compianto Oliviero Beha alla ricerca disperata di appigli per il loro grandioso presunto scoop.

Secondo te sono maggiori i rimpianti per il Mondiale del 1990 o per quello del 1994? Ci vedi una comune cattiva gestione dai parte di Vicini e Sacchi?

 I rimpianti del 1990 sono naturalmente superiori: mondiale giocato in casa, squadra non eccelsa ma comunque che si faceva amare, tutto pronto per il trionfo, poi Zenga esce male, Caniggia ci mette la testa e addio sogni di gloria. Quella di Sacchi era una squadra più sperimentale, più legata a un unico campione, che fece comunque bene, ma il Brasile, pur non uno squadrone, fu superiore. Non so se si possono leggere episodi di cattiva gestione, credo che quelle squadre non avrebbero potuto fare di più: non credo di dire una mostruosità affermando che nel 1990, anche andando in finale, non avremmo potuto avere vita facile contro la Germania.

Le sconfitte del 1998 e del 2000 sono caratterizzate da tanta cattiva sorte: secondo te ci sono anche della colpe specifiche?

 Sono state delle nazionali bellissime con uomini dal carattere accattivante. Nel 1998 passare il turno con la Francia avrebbe significato quasi sicuramente vincere il mondiale, perché a livello emotivo nessuno ci avrebbe più fermato, nel 2000 sarebbe bastato che l’arbitro avesse fischiato la fine solo trenta secondi prima…

La gestione di Trapattoni è sicuramente all’insegna di un atteggiamento tattico obsoleto: non era il Trap l’uomo giusto per i primi anni del nuovo millennio?

Trap prese una nazionale scossa dagli insuccessi precedenti e alla ricerca della propria identità, tra fuoriclasse mai sbocciati e gente perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, cosa che contagiò anche lui. Erano squadre sbagliate dall’inizio, troppo facile prevederne i relativi disastri

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