Intervista: Valentino Mazzola…Morirò Giovane…

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Un ritratto intimo e particolare quello regalatoci da Francesco Bramardo e Gino Strippoli sul mitico Veleantino Mazzola. Ne abbiamo parlato con Gino Strippoli.

Come nasce l’idea di fornire un ritratto particolare e ricercato del leggendario Tulèn?

Nasce dall’idea che al di là delle gesta sportive volevamo ricordare l’uomo Valentino con i suoi pregi e i suoi difetti, il suo aspetto umano, ma anche l’innovazione che era in lui. Basti ricordare la sponsorizzazione del pallone di calcio o la dieta che si imponeva per essere sempre atleta in forma in campo, con una disciplina ferrea che si imponeva anche negli orari . Poi ci ha colpito la sua generosità verso coloro che gli sono stati accanto, che lo hanno vissuto, compagni e avversari, amici o semplici tifosi. Ma anche il suo carattere forte e riservato che gli permise di separare la sua sfera privata da quella sportiva senza intaccarla. Anche dopo il divorzio dalla prima moglie e la separazione dei due figli, Sandrino rimase con il papà e Ferruccio con la mamma, che avrebbe scosso chiunque al giorno d’oggi influendo sulla propria carriera e sulla squadra , lui riusci a far evadere queste grandi difficoltà dal rettangolo di gioco.

A cent’anni dalla sua nascita che ricordo ha lasciato Valentino Mazzola? E’ ancora un simbolo ed un esempio sotto tanti punti di vista?

Penso sia che sia stato il più grande giocatore, a detta di tutti gli sportivi tra cui Giampiero Boniperti, del dopoguerra in Italia e tra i più forti nel mondo. Era talmente rispettato dai giocatori di altre squadre anche straniere dell’epoca che dopo averlo affrontato gli avversari spesso gli diventavano amici. Un esempio dentro e fuori dal campo per tutti, compagni e avversari ed ecco che questo ricordo è stato trasmesso di anno in anno fino ai giorni nostri.

Dal libro emerge la figura di un uomo tormentato fuori dal campo, per certi versi anche fragile di fronte alle turbolenza famigliari e affettive: sei d’accordo?

In effetti la sua spiccata sensibilità che si produceva in generosità in campo e fuori dal rettangolo di gioco aveva un effetto contrario su se stesso ed usciva tutta la sua fragilità di uomo. Un ragazzotto che sposato si innamora di un altra donna come può succedere ad altre persone che campioni non sono. Ma anche il tormento legato a premonizioni che lo perseguitavano come il pensiero che lo legava alla morte di suo padre: “…io morirò giovane come mio padre…”.

Quanto l’esperienza a Venezia e l’esperienza militare hanno influito sulla sua crescita personale e tecnica?

Penso che lui sia nato Campione come la storia ricorda tirando calci ai barattoli per strada e da li in poi la sua crescita personale e tecnica sia stata naturale al di là della maglia che aveva indossato a Venezia idem per il suo carattere forte che va oltre all’esperienza militare.

La vicenda del divorzio e le vicissitudini personali hanno secondo te influito sul suo rendimento in campo?

Ecco questa è un domanda davvero importante visti i tempi di oggi. La vicenda del divorzio, in Italia ancora non c’era la possibilità di separarsi definitivamente e lui lo fece pagando circa 5 milioni di lire in un paese dell’Est, avrebbe potuto scompigliare un qualsiasi campione nel rendimento in campo e nel rapporto con i compagni. Eppure nulla di tutto ciò, nonostante le mille problematiche lui le lasciò sempre fuori dal contesto sportivo e del rettangolo di gioco. In ogni partita era sempre il migliore, era l’esempio per compagni e avversari, cosi negli allenamenti, primo fra tutti. Lui anteponeva il calcio a tutto il resto e faceva una vita ritirata a parte qualche svago facendo qualche partita alla bocciofila poco distante da casa.

Quanto Mazzola ha fatto grande il Torino e quanto i compagni l’hanno portato a rendere al meglio?

Valentino Mazzola era il trascinatore, era colui che suonava la carica, che si rimboccava le maniche. Un gesto che i compagni recepivano come se fosse l’innesto di una carica esplosiva, ed infatti in quel momento ogni tipo di risultato negativo veniva immediatamente sovvertito. Poi è chiaro che i suoi compagni erano tutti grandi campioni, erano tecnicamente tanti capitani in ogni area di campo. Ma la personalità di Valentino era unica. Proprio per la sua generosità che aveva verso i suoi compagni questi lo mettevano sempre nelle condizioni di rendere al meglio. Era uno scambio reciproco.

Tecnicamente è stato spesso messo sullo stesso piano di Alfredo Di Stefano, quali giocatori a tutto campo: credi che il paragone abbia senso?

Il paragone è giusto ma forse ancora pende in favore di Mazzola solo per il fatto che Valentino e i suoi compagni hanno vissuto un periodo calcistico difficile tra la seconda guerra e il dopoguerra, togliendo loro anni e anni sul rettangolo di gioco. Poi da ciò che riportano le testimonianze Valentino era un giocatore completo, bomber, fromboliere, grande centrocampista e attaccante, bravo di testa e con entrambi i piedi, visione di gioco eccellente. Addirittura in un Torino Genoa, nella stagione 1947-48 giocò nei minuti finali anche in porta sostituendo Bacigalupo espulso con interventi che permisero al Toro di vincere la partita. Oggi giocatori così non c’è ne sono, anche solo per la personalità. Aveva classe e temperamento. Lo stesso Boniperti ha sempre detto che se avesse voluto giocare con un campione del passato non avrebbe voluto al suo fianco Pelè, Maradona, Platini, Cruijff ma Valentino Mazzola.

Come si può definire il suo rapporto con Ferruccio Novo, storicamente diviso tra riconoscenza per averlo portato a Torino e rancore per il diniego a trasferirsi in contesti più redditizi?

Per anni e anni Valentino Mazzola è stato il simbolo del Toro e di Ferruccio Novo. Il loro era un rapporto importante di reciproco rispetto. Ferruccio Novo pagava molto bene i calciatori del Torino e a Mazzola sempre uno stipendio maggiore, ma sopratutto il rapporto umano che avevano era di quelli da padre in figlio e di comprensione nei momenti difficili, vedi il momento del divorzio. Sappiamo bene che Valentino nell’ultimo anno voleva trasferirsi in Lombardia ma Novo gli chiese ancora un anno e così fu. Alla fine del 1949 Mazzola sarebbe sicuramente passato all’Inter per una cifra spropositata e il Toro con quei soldi avrebbe acquistato proprio Di Stefano. Ma voglio solo ricordare che la sua voglia di andare via dal Torino non era dettata da soldi ma solo dalla voglia di avvicinarsi a Cassano d’Adda, vicino ai suoi familiari. Da precisare che nelle sue volontà espresse un giorno a sua mamma ci fu quella che se un giorno fosse morto le sue spoglie sarebbero dovute rimanere a Torino e così fu.

Approfitto della tua  competenza per un fugare un dubbio che ho da tempo: quanto contava nel grande Torino la figura dell’allenatore al cospetto di forti personalità e di una squadra dai meccanismi oliati?

Penso che in ogni cosa, in ogni meccanismo, tutto sia importante come lo fu Egri Erbestein che si rivelò un vero stratega e innovatore del gioco del calcio e da tutti considerato ancora oggi uno degli ideatori del calcio moderno, attraverso un gioco offensivo. Un allenatore, ma più direttore tecnico, che prediligeva la preparazione fisica e atletica per i suoi giocatori, ed in campo rigoroso tatticismo, con movimenti e azioni ben precise che si dovevano fare in campo. E’ chiaro che poi la fantasia era tutta degli Invincibili.

Credi che l’epopea calcistica del Grande Torino fosse comunque giunta al termine nel 1949, quasi a trovarsi alla fine di un leggendario ciclo?

Penso che il Grande Torino sarebbe rimasto in auge ancora fino ai giorni nostri perché se è vero che in quel momento il Toro era anche un po stanco e invecchiato e altrettanto vero che l’organizzazione societaria messo in campo da Ferruccio Novo aveva già iniziato da un paio di anni a lavorare al cambio generazionale acquistando giocatori giovani sia in Italia che dall’estero,( vedi Schubert, Operto, Bongiorni, Martelli) che al fianco degli Invincibili sarebbero cresciuti e diventati campioni. Novo ha sempre pensato in grande al Toro e Di Stefano sarebbe sicuramente arrivato nel Torino.

Ho molto apprezzato la ricostruzione sociale e storica che avete proposto dell’epoca nella quale ha vissuto Mazzola: qual è l’intento di tale connotazione?

 E’ stata quella di far immergere il lettore nella vita quotidiana di quegli anni, di far vivere la vita di Valentino Mazzola al suo fianco. Solo entrando in quel contesto sociale e storico si possono capire e comprendere la dimensione del Capitano del Grande Torino. La guerra e il dopoguerra sono stati due periodi per l’Italia emblematici: disastroso il primo e importante il secondo per la rinascita di un Paese che attraverso lo sport cercava di risocializzarsi nel mondo grazie alle gesta degli Invincibili e Fausto Coppi. Lo sport attraverso le essenze di queste due figure per il popolo italiano fu la rivincita in tutto il mondo che vedeva l’Italia come un popolo nemico, legato alle vicende del nazismo e del fascismo. Ecco Mazzola e i suoi compagni e Fausto Coppi erano dei vincenti e con loro riprendeva a vincere tutta l’Italia nel mondo.

 

 

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