Intervista: Dal Grigio Alla Stella

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Un magnifico e particolare ritratto quello regalatoci da Mimma Caligaris e Bruno Barba su Gianni Rivera. Ne abbiamo analizzato i contenuti con gli autori,

Il libro ripercorre la vita e la carriera di Rivera in uno splendido viaggio negli avvenimenti politici e sociali degli anni’60 e 70: questo perché Rivera è stato una status symbol della sua epoca?

Bruno Perché è stato uno degli sportivi che ha colpito di più  l’immaginario di coloro che erano bambini e ragazzi in quegli anni. Perché era coraggioso, nonostante quel che si diceva di lui, era polemico, era capace come pochissimi altri di rovesciare risultati, opinioni, stereotipi. Per chi è alessandrino poi, Rivera è stato un orgoglio per la città, un marchio identitario, come soltanto Eco e Borsalino.  Anche se c’è ancora qualcuno che si ostina a non riconoscerlo.

Mimma Perché è la sintesi perfetta di tutto quanto è alessandrinità, compresa la ‘r’ un po’ arrotata che identificativa di chi è nato in questa città. Rivera è arguto e astuto, non ama la ribalta, ha una sorta di elegante understatement. Non ha mai accettato quanto deciso dagli altri: ha contestato in prima persona, pagando questa scelta, con coraggio con intelligenza, per nulla votato alle logiche di comodo. Quando mi chiedono da qualche città provengo e io rispondo Alessandria, quasi sempre il mio interlocutore aggiunge: “come Borsalino e Rivera”.  

Secondo voi quanto ha influito l’Alessandria segnata nella guerra nel forgiare il carattere e la personalità di Gianni Rivera?

Bruno Tantissimo. Alessandria è stata martoriata dalla guerra. Ma come sempre avviene nelle difficoltà, questa gente schiva, un po’ selvatica, diffidente eppure generosa, sa dare il meglio di sé.  Come dal letame di De André nascono i fiori , Rivera è nato tra le macerie ed è divento “il bambino d’oro” anche per questo.

Mimma Tanto: una città devastata, ma mai doma, che nei momenti più faticosi tira il fuori le sue enormi risorse. Gianni è un mix di cultura contadina e rinascita sociale, di tradizioni e sguardo al futuro. Modernissimo, nel suo attaccamento alle origini.

La sua città natale l’ha davvero trattato come storicamente tratta gli speciali (Deprimit elatos, levat Alexandria stratos)?

Bruno. Direi di sì e ne parliamo nel libro. All’inizio se ne innamorarono tutti, ma con il passar del tempo, e con l’affermarsi a Milano del Golden boy,  lo spirito “bastian contrario” di molti  alessandrini ha preso il sopravvento.

Mimma Assolutamente: gli alessandrini sono fatti così, infatuazione e innamoramento, entrambi più che legittimi, ma anche, quando Gianni va al Milan, la reazione dell’innamorato tradito. Che li porta a scrivere su uno striscione, in una semifinale di Tim Cup: ‘Rivera? Nato a Casale’ (che per un alessandrino è un’onta)  

Nel libro viene ricordata la figura di Giuseppe Cornara, colui che ha valutato Rivera per l’ingresso nelle giovanili dell’Alessandria: quanto mancano al nostro calcio personaggi come lui, competenti, ma al tempo stesso portatori di sani valori?

Bruno. Certo che Cornara è stato un grandissimo. Come grandissimi sono stati tanti altri talent scout, a cominciare da quel Mino Favini scopritore di tanti campioncini dell’Atalanta. Ma non sarei così drastico: anche oggi, seppur in un contesto ben diverso, un contesto che sembra privilegiare logiche ben più mercantilistiche,  ci sono tanti maestri. Di calcio e di valori.

Mimma Personaggi cosi sono  sono patrimoni per lo sport. Basti pensare che Cornara fu anche lo scopritore di Corrado Barazzutti. Quando Rivera è stato presidente del settore giovanile e scolastico della Figc ha lavorato molto per creare, anzi per riportare nel nostro sistema, la figura del “maestro di calcio”, e il suo principale alleato è stato don Aldo Rabino. Non sono figure assenti, ma sicuramente più rare rispetto al passato. E, invece, come sostiene Claudio Maselli, bisognerebbe investire di più nelle persone che insegnano calcio, e vita, ai giovani.    

Quanto è s tato importante l’affetto paterno di Nereo Rocco per la sua evoluzione come calciatore e la sua crescita come uomo?

Bruno. Il paròn considerava Rivera un vero figlio. E questo nonostante un certo scetticismo iniziale; logico aspettarsi da Nereo, burbero e sanguigno, la predilezione per un altro tipo di calciatore. Eppure la straordinaria umanità di Rocco fece crescere l’uomo Rivera, e la capacità dell’allenatore  completò il bagaglio tattico del calciatore. Sul piano tecnico, arrivato al Milan, il golden boy non aveva granché da imparare.

Mimma Con Rocco il ragazzo Gianni diventa uomo: la maturazione della persona primaria anche rispetto alla componente tecnica. Lo ha sempre riconosciuto anche Rivera: Rocco partiva prima dall’uomo e poi arrivava al calciatore. L’umanità prima della tattica e quel ragazzino che voleva spedire a farsi le ossa in un’altra squadra diventa un altro figlio amato.

Come possiamo definire il suo rapporto con Gianni Brera, tra critiche, umorismo, nomignoli denigratori e profondo rispetto reciproco? Quanto il dualismo era costruito ad arte e quanto Rivera è stato forzatamente indicato come simbolo del calcio offensivo?

Bruno. Le grandi rivalità, le polemiche, le idiosincrasie hanno fatto sempre, soprattutto in Italia, ma non solo, la fortuna degli atleti e dei giornalisti. Anche se Gianni Brera rivendicava la sua brillante  carriera pre-Rivera, e anche se il golden boy darebbe stato grandissimo anche senza gli appellativi del giornalista, non c’è dubbio che i tifosi aspettavano con ansia, ogni settimana o quasi, il seguito della querelle. Ma è indubbio, comunque, che Brera avesse stima di Rivera, considerazione peraltro ricambiata. Ma fu un gioco di ruolo appassionante, tante volte si recita un  copione, magari inconsapevolmente, magari facendosi prendere la mano…

Mimma Sono sincera: nell’enorme rispetto per entrambi, credo che sia stato Brera e guadagnare qualcosa dalla querelle continua e dalle critiche a Rivera. Che sarebbe stato grande, anzi grandissimo, anche senza essere abatino. Ma c’era stima reciproca, che crede anche alimentando il gioco della polemica. Lo scrive anche Brera, parlando di un incontro da un amico: “Abbiamo bevuto e conversato serenamente. Fra i due a capir meglio l’altro è stato lui”

Tatticamente e tecnicamente è stato più importante per la sua crescita, Nils Liedholm o Dino Sani? Possiamo altresì affermare che in Rivera si rivedano le qualità di Juan Alberto Schiaffino?

Bruno. Rivera fu un calciatore unico. Come unici sono tutti, personalmente non amo paragoni in epoche e contesti diversi. Certamente Dino Sani lo aiutò a crescere e Liedholm migliorò tutti i calciatori che passarono sotto la sua guida. E se ci riuscì con Maldera, Nela, Nappi, Chiodi, sicuramente fu un maestro anche per Rivera. Anche se, come detto, Rivera aveva poco da imparare, era un genio. Certo, con  alcuni difetti, ci mancherebbe…

Mimma Credo che Rivera abbia imparato da tutti qualcosa, a partire da Cornara e poi Pedroni. Sicuramente Liedholm e Rocco. Tessere di un mosaico tecnico e tattico che, comunque, aveva una bellezza e una unicità dono della natura in un talento intelligentissimo. Su Schiaffino si narra che Viani, per convincere Rizzoli a prendere Rivera dopo il provino gli abbia detto: “Presidente c’era la nebbia e non si capiva se a giocare fosse Schiaffino o Rivera”. Personalmente due enormi nella loro unicità.

Il suo rapporto tormentato con la nazionale è causato più da questioni tattiche o dalla personalità forte di Rivera e dalla polemiche da lui create nel tempo?

Bruno. Semplicemente dal fatto che si trovò a giocare in un’epoca nella quale le diverse maniere di concepire il calcio sembravano inconciliabili. Tra catenacciari e amanti del gioco d’attacco sembrava non potesse esserci, almeno nel calcio italiano, sintesi, ibridazione. E il calcio migliore è sempre stato quello che sapeva fondere concezioni e tattiche diverse. Rivera pagò queste “incomunicabilità”. E, certamente, la sua personalità polemica non lo agevolò.

Mimma Il calcio italiano, quello della nazionale, in quell’epoca non era quasi per nulla duttile. Rivera era considerato un interprete del gioco offensivo, per qualcuno troppo moderno. Pensare che dopo il Cile fu Brera a caldeggiare il ritorno di Gianni. Certo, la sua personalità forte può anche averlo ostacolato, ma certe scelte nei suoi confronti sono frutto di scarsa capacità di sintesi tattica di chi aveva il compito di decidere. In Messico più Mandelli che Valcareggi.

E’ quindi corretto considerare Rivera un ribelle? Più per come giocava o per il personaggio fuori dal campo?

Bruno. Rivera non aveva i capelli lunghi, non girava con una gallina come Meroni o sperperava denaro con whisky e donne come Best. Aveva la faccia pulita e piaceva alle mamme e alle ragazzine. Ma parlava, e in quell’epoca i calciatori non avevano facoltà di aprire bocca. E sì che le personalità forti non mancavano di certo. Il fatto è che Rivera fu il primo a dire cose veramente pesanti contro il sistema, contro i giornalisti, contro i dirigenti. E si scelse nemici eccellenti: Lo Bello, il re dei fischietti, Brera, il più grande di giornalisti, Mazzola, il grande capitano dell’Inter. E poi la Juve.

Mimma Più che ribelle, coerente con il suo modo di essere e capace di ragionare e di raccontare il sistema con cognizione di causa. Sapeva parlare, lo ha sempre fatto: non ha mai sparato nel mucchio. E’ stato fra i fondatori dell’Assocalciatori, nel 1968, anno cruciale per il mondo: il calcio italiano, in questo senso, arriva prima, grazie a lui. Rivera non ha mai accettato le soluzioni di comodo e ha pagato per le sue scelte, tre mesi di squalifica. Oggi sarebbero impensabili: delle sue battaglie, e delle sue conquiste, ha beneficiato la categoria, tutta dei calciatori.

Com’era la vita “ai tempi di Rivera” se rapportata a quella di oggi?

Bruno. Il libro che abbiamo scritto non vuole essere un inno al passato, una nostalgica rivisitazione di un passato felice. Ci sono la miseria del Dopoguerra, la grandi tragedie private e collettive, gli anni di piombo, la guerra del Vietnam. Perché Rivera, e chi l’ha raccontato, ha vissuto queste epoche, ha attraversato decenni carichi di senso, di fatti, di… film e di canzoni. Quello che si può dire, al di là della malinconia che provoca sempre  il tempo che passa, è che certi suoni, certe sensazioni, certe imprese sportive, insomma certe immagini della “vita ai tempi di Rivera” sono ancora presenti e fervidi nella memoria collettiva. Chissà cosa verrà ricordato dell’epoca che stiamo vivendo oggi a distanza di cinquanta-sessant’anni. Certamente qualche campione come Messi, Buffon o Ronaldo. Ma vogliamo parlare di giornalisti come Brera, di canzoni come Imagine o film come Easy riders?

Mimma Non è  una operazione amarcord la nostra, e neppure l’esaltazione di uno dei più grandi calciatori di sempre. Ogni epoca ha i suoi interpreti, le sue parole, i suoi suoni, le sue immagini: capire perché la vita ai tempi di Rivera era quella, ad Alessandria, a Milano, nell’Italia, nel mondo, è stato uno dei motivi che ci ha spinti a scrivere questo libro. Una avventura letteraria in cui mi sono sentita molto coinvolta. Io sono molto orgogliosa quando mi dicono “Alessandrina? Come Rivera”.

 

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