Intervista: Gli Immortali Del Grande Torino E I Ragazzi Del 1949

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In merito al suo interessante libro sul Grande Torino e tutto l’universo ad esso collegato abbiamo sentito l’autore Roberto Pennino.

Dove nasce l’esigenza di ampliare l’analisi riguardante la tragedia del Grande Torino, sviluppandola su tutte le persone e le generazioni coinvolte?

Nell’estate del 1999 sentii per la prima volta la storia del Grande Torino. Nella hall del nostro albergo di Giardini Naxos vidi un giornale ingiallito, vecchio di qualche mese. Una pagina intera dedicata a quella sciagura aerea in cui morirono tutti i 31 passeggeri. La storia mi sconvolse particolarmente, anche perché qualche mese prima mia mamma era improvvisamente scomparsa. Era nata nel 1949, solo pochi mesi dopo Superga, e nel momento della sua morte aveva soltanto 49 anni. Nella mia testa nacque così un collegamento che non mi lasciò più.

Come hai sviluppato il lavoro di ricerca, soprattutto per smentire certe leggende metropolitane legate alla squadra e alla tragedia?

Dopo quel primo incontro con la storia del Grande Torino ho letto molti libri sull’argomento, accorgendomi che a volte gli autori riprendevano alcuni fatti senza ulteriore verifica. Io invece volevo confrontare le informazioni riportate nei libri con quanto descritto negli articoli di giornale dell’epoca per capire meglio il significato che quei grandissimi giocatori hanno avuto per la gente che li ha visti giocare.
E per separare il mito dalla realtà.
Alcuni libri riportano ad esempio che il 4 maggio all’aeroporto di Barcellona i giocatori del Grande Torino incontrarono per caso quelli del Milan, in viaggio verso Madrid per una partita col Real. Il presidente dell’Espanyol avrebbe proposto ad entrambe le squadre di giocare una partita a Barcellona.
Mi sembrava da subito poco credibile. Il 4 maggio la squadra del Torino era in viaggio per casa, non ci fu nemmeno tempo per una partita. E poi mi sono messo alla ricerca. Mi è costato tantissimo tempo ma alla fine ho trovato quello che cercavo in una edizione de La Stampa del 2 maggio 1949: effettivamente, l’incontro ebbe luogo, ma il 1 maggio (non il 4) mentre le due squadre facevano scala nel viaggio rispettivamente verso Lisbona e verso Madrid.
Una scoperta del genere mi riempie di gioia perché è quella l’essenza della ricerca d’archivio: cercare, cercare e ancora cercare per poi… trovare.

Cosa hai provato a confrontarti direttamente con chi ha conosciuto Valentino Mazzola e compagni?

La prima persona che ho avuto l’onore di incontrare è stata Sauro Tomà. È stata una incredibile esperienza perché nessuno come lui è stato capace di raccontare gli uomini dietro le grandi celebrità del calcio. Con i suoi racconti mi ha fatto entrare nello spogliatoio del Grande Torino e gliene sarò per sempre grato. Mi venivano i brividi mentre mi raccontava il momento in cui venne a sapere della tragedia. Gli stessi brividi che ancora mi attraversano quando ricordo che mi disse che ogni giorno faceva una passeggiata al vecchio Filadelfia per essere di nuovo vicino ai suoi compagni di squadra, i suoi amici.

Nelle parole dei famigliari, dei sopravvissuti e dei giocatori delle giovanili c’è grande orgoglio. Lo hai avvertito anche tu nella preparazione del libro?

Naturalmente la gente che ha conosciuto il Grande Torino è orgogliosa di quei giocatori. Ma è un orgoglio misto a tristezza. E che abbiano voluto condividere quella tristezza, quel dolore con me, mi riempie di gratitudine. E spero di aver potuto restituire in maniera adeguata la fiducia e il tempo dedicatomi raccontando le loro storie nel mio libro. Se così fosse, la mia missione è riuscita.

Qual’è la tua opinione su Ferruccio Novo? Prevale la componente del dirigente illuminato o quella del sognatore/tifoso?

Da tutte le storie risulta che Ferruccio Novo fu un visionario che voleva il meglio per il club. Anche se lui stesso non fu un grande giocatore, voleva fare del Torino una società ben strutturata e di successo, obiettivo che ovviamente ha centrato in pieno. Nel 1948 sia il Grande Torino sia la Primavera vinsero il campionato nazionale in maniera straconvincente. Che oltre ad avere un grande fiuto per gli affari fosse anche ‘tifoso’ del Toro non l’ha mai ostacolato nelle sue mansioni di presidente. Aveva un grande cuore e dopo la sciagura quel cuore si spezzò in mille pezzi.

Credi che stagione 1948/1949 sarebbe stata l’ultima per alcuni giocatori del grande Torino? Era pronto il ricambio generazionale in alcuni ruoli?

Molti elementi portavano a immaginare che la squadra del Grande Torino si sarebbe sciolta dopo la stagione 1948-1949. L’allenatore Lievesley aveva già firmato con la Juve e la stella assoluta Valentino Mazzola voleva finalmente fare un grande salto in termini economici. Internazionale lo voleva da anni e la possibilità che nella stagione 1949-1950 avrebbe giocato a Milano fu reale. Altri giocatori erano, viste le loro età intorno ai 30 anni, quasi a fine carriera. Novo aveva giocato d’anticipo investendo non solo in una Primavera fortissima ma anche cercando giocatori sostitutivi per la prima squadra nelle competizioni estere. Era quindi logico l’acquisto di uomini come Emilio Bongiorni (giocatore della nazionale francese con origini italiane), Ruggeri Grava (dal Roubaix), Julius Schubert (Ungherese di nascita ma naturalizzato Cecoslovacco e militante per quella nazionale) e Rubens Fadini del Gallaratese.
Pian piano sarebbero stati inseriti nella prima squadra insieme ai giocatori della Primavera. Ma quel brillante piano si spezzo quell’oscuro pomeriggio del 4 maggio.

C’è un giocatore in particolare la cui storia ti ha maggiormente voluto o emozionato?

Oltre al racconto molto toccante di Sauro Tomá mi hanno colpito le storie di quattro giocatori della Primavera con cui ho parlato.
Il capitano Umberto Motto, il portiere Guido Vandone, Lando Macchi e Antonio Giammarinaro, avevano ricordi molto vivi e non vi nascondo che a volte, mentre mi parlavano, hanno pianto. Sono situazioni che come intervistatore ti toccano profondamente. Se devo scegliere una storia in particolare è quella di Giammarino che era venuto a Torino per un provino ma non aveva i soldi per comprare scarpe da calcio. E fu Valentino Mazzola ad avergli prestato un paio delle sue. Altri tempi, una semplicità disarmante, l’importanza dei valori umani.

Provi nostalgia per i valori che spingevano i giocatori dell’epoca se confrontati al contesto attuale?

Sì, nell’epoca sembravano più uomini ‘normali’ che oggi. Uomini che stavano in mezzo ai tifosi, in mezzo a tutto, mentre oggi i giocatori sono un pò fuori delle vita normale si crea una distanza grande tra di loro e i loro tifosi.

Continuerai ad occuparti della storia del Grande Torino? Hai nuovo progetti in merito?

Porterò la storia del Grande Torino sempre con me, anche se credo che con il lavoro che ho fatto per il mio libro per me personalmente ho potuto “concludere” la storia, voltare pagina, per così dire. Accanto a ciò, comunque, sto lavorando alla pubblicazione in lingua inglese, e probabilmente anche in tedesco. Recentemente, inoltre, sono stato contattato da una regista olandese interessata a trasformare il libro in un documentario. E naturalmente collaborerò, perché la storia del Grande Torino e anche della sua Primavera, dei figli dei giocatori, gli “orfani di Superga”, non sia mai dimenticata

 

 

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