Intervista: Non Era Champagne

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Un grande conoscitore di storie bianconere ci racconta l’esperienza di Gigi Maifredi sulla panchina della Juventus, entrando nel dettaglio delle scelte, dei rapporti e degli screzi. Ne abbiamo parlato con l’autore Enzo D’Orsi

Quanto la volontà di Giovanni Agnelli ha pesato nella scelta di Maifredi? Possiamo parlare di un suo capriccio nel voler ripetere il percorso del Milan di Berlusconi con Arrigo Sacchi?

Agnelli, l’Avvocato intendo, ha sempre avuto un peso notevole in tutte le scelte. Tuttavia, anche Boniperti aveva cercato di portare Maifredi alla Juve un anno prima. Ma Corioni, il presidente del Bologna, si era opposto. Era chiaro il desiderio di cambiare registro per seguire la scia vincente del Milan di Sacchi.

Credi che la dirigenza juventina avrebbe potuto proteggere di più Maifredi e difenderlo in alcune occasioni?

Avrebbe potuto e dovuto. Ma la struttura del club era debole. E Montezemolo, un manager che ha fatto bene alla Ferrari, non fu all’altezza della situazione anche perché viveva a Roma e non amava molto Torino.

Secondo te Gigi Maifredi ha peccato di troppa presunzione o di eccessiva ingenuità?

 Maifredi era così. Ingenuo, un po’ spaccone, un po’ superficiale. Credeva nel calcio spettacolo, e tirava dritto per la propria strada. Viveva la professione senza rendersi conto che la Juve non è l’Ospitaletto, il piccolo club che lo ha lancia

Molte critiche gli sono piovute per la posizione in campo attribuita a Roberto Baggio e a Totò Schillaci, secondo molti troppo lontani dalla porta, sei d’accordo? Credi che abbia davvero anteposto il suo credo tattico alle qualità dei singoli?

 Lontani o vicini alla porta, la verità storica è che ne’ Baggio né Schillaci era fatti per essere gli scudieri di Casiraghi. Dovevano adattarsi. Schillaci, dopo la sbornia di Italia 90, ebbe problemi personali che ne condizionarono il rendimento. Più in generale, era una Juve costruita male, tanto talento ma difficile da mettere in campo in maniera efficace. Difesa ballerina, centrocampo leggero, attacco enorme soli sulla carta.

Sempre dal punto di vista tattico quanto c’è di vero nell’assioma di Roberto Beccantini sulla Juve di Maifredi “Palla a noi, squadra da scudetto. Palla agli altri, da retrocessione”?

Roberto Beccantini utilizzò quella frase già sulla Gazzetta. Era un modo paradossale per dire che dalla Juve di Maifredi ci si poteva aspettare di tutto, le vittorie con tanti gol e le sconfitte contro avversari modesti. 

E’ corretto affermare che Maifredi nel girone di ritorno abbia perso lucidità nelle scelte, quasi stesse vivendo un’utopia?

Progressivamente, quando la stagione prese una brutta piega, Maifredi sembrò sfiduciato, rinnego’ talune scelte, smarri’ il controllo del gruppo, si sentì solo e capì che la sua avventura sarebbe finita presto

Che ruolo ha avuto la stampa nel fallimento del progetto di Maifredi? Troppo elogi o troppe critiche durante la sua permanenza?

Ai giornali si attribuiscono spesso colpe e meriti che non esistono nei risultati di una squadra. Ognuno fa il proprio mestiere. È però innegabile che soprattutto a Torino ogni tentativo rivoluzionario venga visto almeno all’inizio con diffidenz

Indipendentemente dal risultato sportivo dal libro emerge la figura di un vero signore, onesto e leale fino alla fine. Sei d’accordo?

Maifredi fu molto leale. Firmò per un solo anno. Voleva essere libero. Di andar via e di essere mandato via. Avrebbe potuto chiedere e ottenere un contratto triennale. Andò via in punta di piedi. Chapeau.

Se si fosse piegato ai suggerimenti tattici proveniente dall’ambiente avrebbe potuto guadagnarsi la riconferma?

 Non credo. I suggerimenti gli arrivarono, ma lui aveva un’idea di calcio che non contemplava i compromessi. Soltanto nell’ultimo mese adottò qualche cambiamento in difesa, ma era tard

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