Intervista: Dublino 90

Dublino-90-il-calcio-secondo-Francesco-Scarrone

Il libro di Francesco Scarrone è una lettura piacevole e trascinante, con personaggi caratteristici che trasmettono emozioni di vario genere.

Un principio fondamentale che emerge dalla lettura è l’amicizia tra i due protagonisti Ted e Bob, sei d’accordo?

In effetti il libro è imperniato sulla relazione d’amicizia tra i due protagonisti. L’allenatore dei Ramblers, Bob McDermot, e il suo ex pupillo: Ted Sullivan. La squadra dei Ramblers è in crisi nera e McDermot chiede a Ted di aiutarlo a trarla dai pantani della bassa classifica e dei debiti. Ma la missione è ardua. Sia perchè Ted è ormai un trentacinquenne grasso e fuoriforma, sia perchè la situazione economica dell’Irlanda degli anni ‘90 era catastrofica. Si viveva, allora, l’ennesima recessione: disoccupati, piccoli delinquenti, minatori ed eroina per le strade. Questa era la realtà di quell’Irlanda; tra l’altro raccontata molto bene dalle prime canzoni dei Modena City Ramblers e dai romanzi di Roddy Doyle: The Commitments, su tutti; E proprio citando i Commitments- da cui Alan Parker trasse un fantastico film- ecco, mi sento di dire che il mio romanzo è un po’ quella roba li’. Un’esaltazione della solidarietà del sottoproletariato. L’amicizia dei disperati. Certo. C’è il calcio di mezzo, sullo sfondo. Ma la realtà è che questo è un libro sull’amicizia. I protagonisti giocano a calcio? Si’, ma avrebbero potuto avere un’azienda di ferro e vetro e sarebbe stato lo stesso tipo di rapporto, lo stesso tipo di storia.

Possiamo dire che un altro valore basilare del libro è che il calcio “non è solo un gioco”?

Assolutamente. Lo sport, come altri eventi più drammaltici- e penso per esempio alla guerra- ha il vantaggio di far reagire l’uomo sotto sforzo. Non hai il tempo di riflettere. E’ puro istinto. Ed è cosi’ che il vero carattere delle eprsone viene fuori. Come dicevo, questo è vero per il calcio, come per qualsiasi altro genere di sport. Poi che io mi sia rifatto al calcio è dovuto ad una serie di fattori. In primis perchè è lo sport che sicuramente conosco meglio. Ma c’è anche una ragione narrativa. Se avessi ambientato la storia nell’ambito rugbistico, in Irlanda avrebbe avuto una valenza differente. Rubgy, hurling, calcio gaelico, sono sport fortemente seguiti in Irlanda. Anche il calcio lo è. Ma generalmente i migliori giocatori militano nel campionato inglese. Giocare a calcio in Irlanda non è un gran lusso. Si pestano campetti fangosi di periferia. I soldi sono pochi, la disperazione è tanta. E mi sono sempre piaciute le storie dei perdenti. C’è più umanità da raccontare

Come è nata l’idea di ambientarlo in Irlanda e come mai nel contesto del relativo campionato?

Be’, io ho vissuto parecchi anni in Irlanda. Insomma, Irlanda. Diciamo Dublino. Dublino. Diciamo la zona nord, di Dublino. Quella proletaria, lontana dalle masse di turisti. E la mia prima esperienza, non avro’ avuto neanche vent’anni, fu proprio in quella Dublino degli ‘90 in cui ho deciso, un po’ per sentimentalismo, un po’ perchè ci credevo davvero, di ambientare il mio romanzo. Raramente ho ritrovato un’atmosfera fantastica come quella: fatta di miseria e generosità. Ora che ci penso, quasi tutte le storie che scrivo sono situate a Dublino. Almeno nella mia testa. Poi i nomi potranno essere italiani, ma se chiudo gli occhi, io vedo il Phoneix Park, Mannor street, Steven’s green, gli O’Devaney’s garden, Il Liffey. Nella mia testa sono sempre quelle strade là, bagnate di pioggia e odorose di Guinness

Nella tua descrizione cruda e veritiera dei bassifondi irlandesi hai descritto quello che succede a varie latitudini nel mondo, il calcio come valvola di sfogo, sei d’accordo?

Si’, calcio come valvola di sfogo. Ma non solo. O non propriamente. Per lo meno, non era questa la mia intenzione. Come dicevo, il calcio è stata la scusa. L’intenzione era raccontare un pezzo di umanità e un’amicizia. Credo che tutto, in fin dei conti, possa essere valvola di sfogo o collante sociale. Come ci ha insegnato il Doyle dei Commitments, in cui una banda di ragazzi della zona nord di Dublino si coagula attorno all’idea di suonare del Rythm and Blues. Diciamo che il collante è la passione e la forza vitale. Questa, poi, si puo’ esternare in mille modi diversi

Ho molto apprezzato l’alternanza tra situazioni grottesche ad altre più malinconiche, come a ricordare come la vita sia fatta di più circostanze. Cosa ne pensi?

Il fatto di alternare momenti grotteschi di comicità ad altri drammatici rientra in pieno nella tradizione dei due paesi. In Italia abbiamo avuto una grandissima tradizione di commedie dal finale dolce-amaro (si pensi a film come La grande guerra, o Il sorpasso- pellicole che ti fan ridere per tutto il film sino a quel finale straziante e un po’ melodrammatico che a noi italiani piace tanto). In Irlanda la tradizione è apparentemente diversa, ma alla lunga le due si congiungono. La particolarità dell’Irish humour è data dal saper autoderidersi, prendersi in giro, sdrammatizzare momenti tragici. Non sorprende veder gente piegarsi in due dalle risate intorno a una bara ad una veglia funebre ricordando qualche stupidaggine fatta dal defunto, per esempio. Ecco, l’idea di fondo era quella di riuscire a coniugare queste due tendenze. Portare un po’ di italianità nella mia irlandesità, e di irlandesità nelal mia italianità. Drammatizzare e sdrammatizzare, diciamo. E spero di esserci riuscito.

Nel caratterizzare i personaggi ti sei ispirato a qualche soggetto o giocatore in particolare?

Bob, Ted, le loro mogli, il giovane Mick, l’arrogante O’Leary; sono tutti personaggi partoriti dalla mia immaginazione. Personaggi di fantasia, se cosi’ li vogliamo chiamare. Non mi piace molto la definizione perchè per me sono stati compagni durante tutto il tempo della scrittura del romanzo. Ma tant’è. Definiamloli pure personaggi di fantasia, giusto per spiegare che non mi sono ispirato a nessun calciatore realmente esistito. In ogni caso credo che un po’ tutti possano ritrovarsi in questa banda di derelitti. Tutti noi conosciamo un Bob, un Ted, un Daniel o un Tim. Proprio perchè non ho cercato di ispirarmi a personaggi o calciatori famosi, ma di creare persone vere; In cui fosse possibile e facile identificarsi per ogni lettore

Come collochi quest’opera nell’elenco delle tue produzioni come autore e sceneggiatore?

E’ stata un’esperienza atipica per me. La prima volta che mi confrontavo con un romanzo. Nella mia testa i romanzi li scrivevano solo i grandi scrittori. Io: raccontini (di raccontini era composto il mio primo libro), teatro, qualcosa per il cinema. D’accordo. Ma romanzi! Io, romanzi, pensavo, i romanzi sono per i Dostoevskj, i Tolstoj, i Balzac, i Camus, gli Hemingway, i Fabio Volo. Io, romanzi, no. Poi mia moglie mi ha detto: piuttosto che starmi tutto il giorno tra i piedi mentre passo l’aspirapolvere, va’ un po’ di là a scrivere. Ma non un racconto che fra un quarto d’ora sei di nuovo qui. Scrivi un romanzo. E cosi’ mi sono messo a scrivere un romanzo. E li’ ho capito la grande verità di Hemingway quando diceva che la cosa più difficile dello scrivere un romanzo sia appoggiare il culo davanti alla macchina da scrivere. Chiedo scusa per il francesismo, ma lui parlava cosi’. Insomma, Hemingway non intendeva certo dire che poi da li’ in avanti tutto fosse facile, al contrario. Piuttosto voleva per sottolineare come il peggior nemico dello scrittore sia se stesso. Quella dannata svogliatezza di ignorare la vita e il mondo là fuori, quando i peschi sono in fiore e si respira la primavera, e tu te ne stai chiuso in casa a battere come un dannato sui tasti.

Credi che ci saranno altre tue pubblicazioni a tema calcistico in futuro? Magari un seguito di quello che ne sarà dei Ramblers dopo l’ultima sfida contro il Finglas?

Per me questo libro è stato catartico e liberatorio. Un modo per spogliarmi dalle belle lettere, le belle parole, le frasi complicate e arzigogolate; per dedicarmi a qualcosa che fosse davvero un piacere scrivere. E lo è stato. Per me. L’idea di dare un seguito al libro mi è venuta, l’anno scorso, quando sono stato invitato da un collettivo anarchico di Foggia. Lo Jacob. Molti di loro sono tifosi del Foggia calcio, e l’idea di ispirarmi a loro per scrivere una sorta di sequel del libro, ambientato pero’ nell’ambiente delle tifoserie, mi è parso interessante. Vedremo se tempo e voglia si metteranno d’accordo per partorire un lavoro di questo genere. Nel frattempo, pero’, non sono rimasto con le mani in mano. Anzi. Negli ultimi anni ho sfornato a ritmi vertiginosi vari racconti a sfondo calcistico che certe testate e siti sportivi (Football is not Ballet, Crampi sportivi, Le storie del Boskov) hanno pubblicato. Si trattava di racconti di fantasia, ma spesso venivano proposti lasciando intatta l’ambiguità del capire se si trattasse o meno di storie vere. Anche in quel caso mi sono divertito come un matto a descrivere vicende incredibili di psuedo-campioni che l’ingerosità del tempo o degli uomini avrebbero relegato nel dimenticatoio. Ora i racconti sono finiti. Stanno li’ in bell’ordine. Il manoscritto è pronto. Basta solo che un editore si faccia avanti. Lo dico nel caso in cui il signor Mondadori stesse leggendo questa intervista…

 

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: