Intervista: Testardi Senza Gloria

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Il libro di Marco Muscarà, Daniele Carboni e Giovanni Romano ci permette di conoscere e ricordare storie e personaggi davvero particolari e per certi versi insolite. Ne abbiamo parlato con i tre autori in una intervista tripla.

Cosa vi ha spinto a scrivere un libro su storie poco conosciute molte delle quali perse nel tempo?

DC: Tutto è nato alcuni anni fa, mi piaceva leggere su siti per lo più stranieri, racconti mitici, di un calcio di inizio secolo o anche più recenti, e provare a romanzarne i tratti riproponendoli nella trasmissione radio che conducevo con Marco. In quel periodo è nato il desiderio di trasformare tutto questo lavoro in narrativa e dopo alcuni anni eccoci qui.

GR: Credo sia stata la nostra nerdofilia calcistica. Siamo tutti amanti degli aneddoti e riteniamo che il calcio non sia solo un fenomeno sportivo ma soprattutto di costume e possa consegnare alla storia racconti di ogni genere.

MM: Tutto è nato quando lavoravo in un’emittente radio romana con Daniele. Un pomeriggio di metà agosto si presenta in redazione con degli appunti in mano: “Ho trovato una storia fantastica, dobbiamo trovare il modo di raccontarla”. Abbiamo iniziato a scrivere. Conoscendo la passione di Giovanni per il calcio coinvolgerlo è stato quasi scontato.

Nel libro parlate di “meravigliosi  perdenti”, ci spiegate meglio questa espressione?

DC: La definizione riguarda il fascino che alcuni giocatori riescono ad esercitare su di noi. Elementi che magari nel calcio non hanno ottenuto alcun risultato, ma che riescono ad essere così veri da far male. E’ l’eterna sfida tra mito e realtà, che praticamente sempre, si riduce in una sconfitta schiacciante della realtà. Il risultato è sempre secondario, la meraviglia è nelle parabole umane di questi personaggi.

GR: Gli antieroi fanno parte di ogni settore dell’esistenza. Però nello sport e nel calcio, soprattutto, quelli ad essere amati sono i grandi risultati. Ma ogni medaglia ha una sua seconda faccia e molte di queste sono meritevoli.

MM: La parola “perdente” ha generalmente una connotazione negativa. Ci piaceva l’idea di rovesciare questa idea. Superficialmente ogni racconto che abbiamo scritto è la storia di un perdente. Ma se si prova ad andare oltre la facciata si scoprono le storie di uomini ostinati, coraggiosi, eroici. In questo senso possiamo parlare di “meravigliosi perdenti”

Scrivere in libro a più mani non è certo facile, come vi siete organizzati?

DC: Abbiamo cercato di coordinarci. Ci conosciamo veramente bene, non è stato difficile. In questo l’affinità che abbiamo ha fatto davvero la differenza.

GR: Io mi sono aggiunto all’ultimo a Marco e Daniele, perché siamo simili e perché pensavo di avere un buon numero di storie. Loro non le conoscevano e mi hanno accettato volentieri. Onestamente non mi è mai passato in testa che potessero esserci difficoltà, ci conosciamo da tempo e non è stato un problema per ciascuno rivedere anche le storie degli altri. Anzi, un arricchimento.

MM: Prima che colleghi siamo amici. Ognuno ha messo il suo stile a disposizione del gruppo.

C’è una storia che vi ha più colpito in fase di ricerca di informazioni?

DC: El Trinche Carlovich. Avevo iniziato a scriverla addirittura 5 anni fa (si sono abbastanza lento) e mi ha portato a scoprire una realtà, quella di Rosario, incredibilmente affascinante e ricca di aneddoti al limite della follia. Giusto per raccontarne uno: Carlovich veniva spesso pagato in base ai tunnel che riusciva a fare in una partita.

GR: Credo che qua le risposte siano soggettive. Ma per me la storia dei Leoni di Highbury è la più affascinante. Una partita che è stata veramente una battaglia, finita male ma dove, in realtà, i vinti sono stati i veri vincitori.

MM: Probabilmente la storia di Carlos Henrique Raposo, detto il Kaiser. Reperire le informazioni è stata un’operazione piuttosto semplice, esistono decine di interviste rilasciate dallo stesso Kaiser. La domanda che però ci siamo più volte fatti durante la scrittura è stata: “Quanto sono attendibili le parole del più grande truffatore del calcio mondiale?”

Il capitolo dell’India del 1950 l’ho trovato interessante e significativo: qual’è la nostra riflessione per una storia che sembra anni luce distante rispetto al calcio odierno?

DC: E’ innanzitutto una riflessione sulla coerenza,  su un certo tipo di involotaria discriminazione che c’è nell’occhio dell’osservatore quando si trova di fronte qualcosa di non convenzionale.

GR: Beh, a noi viene da sorridere. Ma io mi son sempre chiesto dove sarebbero potuti arrivare se avessero giocato. Il calcio deve essere espressione delle popolazioni che lo giocano, poi ora, per variegati motivi, ha assunto una connotazione internazionale collegata agli aspetti economici e giuridici che ne derivano, ma allora era più un’espressione puramente artistico-sportiva. Reputo sia un peccato che adesso questo aspetto venga spesso sacrificato, e spero possa essere recuperato, magari senza giocare scalzi come quell’India.

MM: E’ una storia che ha due facce. Sicuramente all’inizio l’idea di 11 giocatori in campo senza scarpe può strappare un sorriso. Ma poi ci si accorge che, dietro quei piedi scalzi, si nasconde molto di più. Un ideale. Questo effettivamente è sempre più raro nel calcio di oggi.

La “partita della morte” è un avvenimento che divide la letteratura sportiva, tra mito e realtà: che idea vi siete fatti in merito?

DC: Credo che anche in questo caso si percepisca sin da subito il fascino per il mito oltre la realtà dei fatti. La storia inizia e finisce in un clima rarefatto, quasi onirico, nel ricordo d’infanzia di un bambino che parla con suo nonno. Insieme ad Assenza è una di quelle storie dove è più chiaro l’intento di sfumare i contorni e perdersi in un racconto quasi romanzesco.

GR: Non credo si saprà mai la verità. Forse è un bene che certe storie rimangano sospese tra mito e realtà, ed è quello che abbiamo voluto trasmettere raccontandola in questo modo sui generis. Una cosa però è sicura: alcuni giocatori delle Start, tempo dopo la partita, la pelle ce l’hanno rimessa.

MM: E’ una di quelle storie nelle quali il confine tra realtà e leggenda è quanto mai sottile. Le vicenda affonda sicuramente le proprie fondamenta nella storia. Al tempo stesso è molto probabile che la propaganda sovietica si sia fatta, prima o poi, ingolosire dall’eroicità degli ucraini e abbia cucito un intreccio più adatto alle proprie esigenze. Abbiamo deciso di romanzare un po’ la storia per permetterle di galleggiare su quella linea invisibile tra realtà e leggenda.

Le storie raccontate spaziano da personaggi frivoli (Mario Shampoo) ad altri drammatici (i giocatori della Start in Ucraina): c’è comunque un filo conduttore?

DC: Il filo conduttore è presente nella convinzione che va oltre gli ostacoli. L’ostinazione di ogni personaggio verso la propria passione. Parliamo addirittura di un portiere che è stato capace di giocare senza un arto. Questo è il senso dell’amore per qualcosa, che finisce inevitabilmente per portare certe figure nella leggenda.

GR: Abbiamo voluto creare un climax. Iniziare con la storia di Sarnano o di Lutz Eigendorf rischiava di risultare controproducente. Il libro ha più sfaccettature, chiaramente alcune storie fanno più sorridere, ma molte altre sono senza happy ending. È giusto raccontarle tutte, il filo conduttore è che ogni singolo giocatore è espressione del contesto sociale di riferimento.

MM: Tutti i protagonisti dei racconti per motivi fisici, storici, sociali o etici hanno scelto di giocare a calcio anche quando sarebbe stato più semplice non farlo. Si sono intestarditi e sono andati incontro, in un modo o nell’altro, ad una prevedibile sconfitta. L’umanità e la forza di queste storie è tutta nelle motivazioni che li hanno portati a prendere questa scelta.

Secondo voi si sta perdendo la misura in un calcio mediatico e sempre più legato ai soldi? C’è ancora spazio per storie come quelle da voi raccontate?

DC: Si, vanno cercate oltre i soliti circuiti. Ampliando l’orizzonte che a volte ci porta a credere che il nostro calcio sia l’unico giocato al mondo. Ne abbiamo in serbo già alcune e chissà magari in futuro ci ritroveremo a parlarne.

GR: Ovviamente si sta perdendo. Per trovarle devi cercare nelle periferie del calcio. Però credo che queste storie continueranno ad esistere finché ci saranno degli amanti veri della cultura calcistica che le sapranno valorizzare. Non solo quelli interessati alle formazioni domenicali, ma quelli che credono in quello che il pallone rappresenta e può trasmettere.

MM: Il calcio non è, per fortuna, soltanto la Serie A o la Champions League. Esistono tante storie più o meno attuali ma spesso bisogna cercarle lontano dai riflettori, sui campi di terra battuta

C’è in programma un “Testardi senza gloria 2?

DC: Come dicevo prima, ci sono tante storie da raccontare nascoste tra le pieghe del tempo, o sommerse in campionati meno blasonati di quelli che solitamente seguiamo. Fare un seguito di “Testardi senza gloria” potrebbe essere il modo migliore per portarle alla luce.

GR: Decisamente si. Ora non ci pensiamo ancora, ma stiamo già raccogliendo storie e racconti. Siamo indecisi se rimanere sul pallone o spostarci anche su altri sport.

MM: Di storie da raccontare ce ne sono ancora tante. Perchè no?

 

 

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