Intervista: Milan 1979-L’Anno Della Stella

 

copertina per il web

Abbiamo parlato con Sergio Taccone del suo libro sul decimo scudetto della storia del Milan, un dettagliato resoconto di una stagione importante non solo per i tifosi rossoneri.

Come mai a 40 anni di distanza questo scudetto è ancora ricordato e
celebrato, indipendentemente dal fatto che sia il decimo della storia?
Gli anniversari tondi riscuotono attenzione. In questo caso, la stella
del Milan arrivò in una stagione particolare, strana come capitava
spesso in quelle post mondiali. La squadra di Liedholm non era tra le
favorite, con una rosa senza un centravanti di ruolo e un mercato non
certo da scudetto. Elementi che contribuirono a rendere speciale quel
titolo.
Come lo collochi per prestigio e momento nel copioso palmares
milanista?
Quel titolo andò a colmare il vuoto scaturito dopo gli scudetti sfumati
d’un soffio nei primi anni 70, soprattutto quello del maggio ’73. Un
titolo quindi di grande importanza che restituì al Milan quanto la
fortuna ed altre situazioni avevano tolto poche stagioni prima.
Artefice assoluto è sicuramente Nils Liedholm, per la sua capacità di
gestire i giocatori e l’equilibrio tattico conferito alla squadra, sei
d’accordo?
Liedholm, come mi è stato detto da Ricky Albertosi, fu il tecnico
giusto al momento giusto. Seppe rilanciare il Milan dopo la difficile
annata 1976/77, ricostruì uno spogliatoio tutt’altro che compatto e
trovò delle soluzioni tattiche in grado di sopperire a certe falle nella
rosa. Penso alla scelta di impiegare Stefano Chiodi come “falso
nueve” ante litteram, aprendo spazi dove si inserirono Bigon,
Maldera, Novellino e Antonelli. Inoltre, l’allenatore svedese seppe
motivare tutti i giocatori a disposizione.
Aldo Maldera e Ricky Albertosi hanno giocato una stagione
sensazionale, quanto la rabbia per le differenti esclusioni dal
Mondiale del 1978 ha influito in tal senso?
Si, forse ci fu un senso di rivalsa ma tanto Maldera quanto Ricky
erano stati tra i migliori del Milan anche nelle due stagioni
precedenti. Aldo nell’anno della Stella fu il vice-goleador della
squadra, sfiorando il record di reti per un difensore in campionato a
16 squadre, appartenente a Facchetti. Un campionato superlativo che
lo ripagò del declassamento in nazionale dove Bearzot gli aveva
preferito il giovane Antonio Cabrini. Albertosi, che avrebbe meritato
​di andare al mondiale d’Argentina, nell’annata ‘78/79 fu strepitoso.
Le sue parate, penso su tutte al rigore respinto ad Altobelli nel derby
di ritorno, diedero al Milan quei punti in più per respingere l’assalto
del Perugia.
Gianni Rivera che ruolo ha avuto nella suddetta stagione, l’ultima
della sua carriera? È stato forse un “peso” a tratti?
Rivera non fu un peso. Liedholm fu bravissimo a saperlo gestire,
consapevole dei suoi acciacchi fisici. Poche presenze ma buone,
potremmo dire e con un unico gol, pesante, che aggiustò la partita
casalinga contro il Verona, poi risolta nel finale da Novellino. Un
capitano e una bandiera come Rivera, giocatore dalla classe
sterminata, non poteva mai essere un peso. La sua gestione fu un
ulteriore capolavoro targato Liedholm.
Secondo te il Perugia ad un certo punto ha preferito mantenere
l’imbattibilità invece di contenere il titolo fino alla fine?
La squadra umbra in quel campionato andò oltre ogni aspettativa. La
perdita per infortunio di Franco Vannini, nella partita contro l’Inter,
privò la squadra di Castagner di una pedina tattica fondamentale. Nel
momento di maggiore difficoltà del Milan, a metà del girone di
ritorno, il Perugia non fu bravo ad approfittarne. Gli mancò quel
pizzico di fortuna in più che pochi anni dopo consentirà al Verona di
entrare nella storia del calcio italiano.
Lo scudetto è stato giustamente dedicato alla memoria di Nereo
Rocco, scomparso poco prima del successo: vista la delusione di
Verona nel 1973, credi che questo titolo sia anche suo?
Il Paron meritava più di tutti di conquistare la stella che gli venne
scippata sei anni prima. Ricordiamo quanto avvenne in quel Lazio-
Milan dell’aprile ’73, con un gol regolarissimo annullato da Concetto
Lo Bello a Chiarugi nei minuti finali. Di certo, quel decimo scudetto
ha anche il marchio del grande Nereo.
Domanda difficile: senza lo scandalo scommesse come sarebbe
evoluto il progetto tecnico del Milan come si sarebbe evoluto con
Giacomini?
La società rossonera stava trattando vari giocatori, tra cui anche
Falcao, poi approdato a Roma, e il laziale Giordano. Con i se e i ma
non si va da nessuna parte. Ritengo, però, che nei primi anni 80,
senza il ciclone scommesse, il Milan sarebbe rimasto tra i favoriti per
lo scudetto
Cosa ti manca del calcio di quell’epoca?
Mi manca innanzitutto la spensieratezza dell’infanzia e
dell’adolescenza. Il calcio delle partite tutte allo stesso orario, la
domenica pomeriggio, alimentava la poesia del racconto, in un
periodo in cui le partite le ascoltavi alla radio grazie allo splendido
gruppo di radiocronisti coordinati da Roberto Bortoluzzi. La frase di
Ameri “il vecchiaccio ha fatto una cosa eccezionale”, dopo il rigore
parato da Albertosi nel derby del marzo ’79, me la porterò sempre
dentro. Nel calcio di ieri non c’era la saturazione attuale. Oggi lo
spezzatino e lo strapotere dell’immagine hanno reso tutto più freddo,
con giocatori strapagati e straviziati. Il giocattolo si è rotto e il
pallone è sgonfio.

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