Intervista: Gli Svizzeri, Pionieri Del Football Italiano

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Il libro di Massimo Prati illustra con grande perizia l’importanza che calciatori e dirigenti svizzeri hanno avuto per lo sviluppo del calcio italiano. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Come mai l’importanza della Svizzera per lo sviluppo del calcio italiano ed internazionale è sottovalutata o addirittura ignorata?

In effetti, il ruolo degli svizzeri nella diffusione del football è un aspetto ignorato dal grande pubblico. Gli specialisti, gli storici del calcio, gli appassionati della materia sono invece ovviamente al corrente di questo contributo. È un contributo però che spesso, quasi sempre, è stato presentato in modo “parcellizzato”: gli storici dell’Inter hanno parlato del contributo dato dagli svizzeri al proprio club, quelli del Torino hanno fatto lo stesso per la storia della propria squadra, e così via. Il merito del mio libro è forse quello di avere voluto ricostruire un quadro di insieme, e avere dato conto di un fenomeno nella sua interezza.  Tra l’altro, la mia ricerca si è concentrata sul football italiano delle origini. Ma gli svizzeri hanno contribuito, in modo diretto e indiretto, alla nascita di club in Spagna e alla diffusione del calcio in Brasile. Due nomi per tutti: Hans Gamper, svizzero fondatore del Barcellona, e Oscar Cox, un brasiliano che si iniziò al calcio a Losanna, nel periodo dei suoi studi all’estero e, rientrato in patria, fondò il Fluminense, contribuendo alla diffusione del calcio in Brasile.

In epoca pioneristica possiamo parlare di una scuola calcistica elvetica?

Per certi aspetti sì, anche se non nell’accezione moderna, legata all’applicazione di metodi e tattiche. La Svizzera ha fatto scuola in termini non solo di pratica ma anche di creazione di vivai giovanili. In un articolo pubblicato neLa Gazzetta dello Sport, in occasione di una partita tra Italia e Svizzera giocata nel 1911, l’autore dell’articolo fornisce i dati biografici e tecnici degli avversari; articolo da cui si puòevincere come tutti i giocatori elvetici avevano iniziato a giocare a 14 o 13 anni, in alcuni casi addirittura a 11 anni. Mi sembra di poter dire, inoltre, che il livello tecnico in Svizzera, nel periodo dei pionieri, era inferiore a quello inglese ma decisamente superiore a quello italiano. A livello di club, tra il 1903 e il 1907, quasi tutte le grandi squadre italiane uscirono sconfitte dagli incontri con Basilea, Grasshopper, Losanna e Servette. Tra il 1905 e il 1906, per esempio, la Juventus perse sei volte con il Losanna, e va tenuto anche presente come la Juve nel 1905 fosse campione d’Italia. È interessante invece notare che gli svizzeri fecero scuola all’inizio degli anni Trenta. Il “catenaccio”, che è tradizionalmente associato all’Italia, in realtà fu messo in pratica in Svizzera proprio in quegli anni.

Il contributo svizzero all’implementazione del calcio in Italia è maggiore dal punto di vista del calcio giocato o dal punto di vista dirigenziale?

Direi che gli svizzeri raggiunsero livelli di eccellenza in entrambi i settori. La Juventus vinse il suo primo scudetto sotto la presidenza di uno svizzero: Alfred Dick (cosa vera anche per il Genoa, che vinse il primo titolo nazionale, nel 1898, con Herman Bauer alla presidenza). Alfred Dick, tra l’altro, a causa di una serie di dissidi ed incomprensioni, abbandonò i bianconeri per fondare il Torino. Altro esempio è quello dello stadio del Genoa, a Marassi (dal 1933 dedicato a Luigi Ferraris), che fu realizzato nel 1911 sotto la presidenza di Edoardo Pasteur, un italiano di origine svizzera. E poi dirigenti svizzeri, spesso con lo “status” di fondatori, si trovavano anche nel Milan, nel Torino e nell’Inter. Per Torino e Inter, direi che la loro presenza era consistente, se non addirittura maggioritaria. D’altra parte, a livello di calcio giocato, i risultati furono altrettanto importanti: molti calciatori svizzeri di Torino, Milan e Inter furono dei veri e propri “bomber”. E il primo straniero naturalizzato e divenuto giocatore della nazionale italiana non fu un argentino, un brasiliano o un uruguayano ma uno svizzero. Sto parlando di Ermanno Aebi, figura centrale nella storia dell’Inter.

Come spieghi il fatto che il calcio si sia sviluppato prima in Svizzera?

Direi che il motivo è legato alla fitta rete di college e scuole internazionali presenti nella Confederazione. Istituzioni scolastiche in cui la presenza inglese era importante, sia in qualità di studenti, sia in qualità di insegnanti. Il calcio fu inizialmente praticato nei college e nelle scuole internazionali della Svizzera, e poi si diffuse a livello popolare. Il club elvetico più antico èil San Gallo (fondato nel 1879), che, non a caso,è anche la squadra di una città sede di una celebre e antica scuola internazionale. Inoltre, ho letto personalmente alcune testimonianze di pionieri del calcio italiano in cui essi affermavano di essersi iniziati al calcio durante i loro studigiovanili nella Confederazione: Edoardo Pasteur (Genoa) aveva fatto studi a Losanna e a Berna, Franz Calì (Andrea Doria) a Ginevra e Zurigo, Ermanno Aebi (Inter) a Neuchâtel, Giorgio Muggiani (Inter) a San Gallo, e sembrerebbe che anche uno dei fondatori del Bologna avesse studiato in un college svizzero.

Nel libro rendi giustamente onore a figure mitiche quali Herbert Kilpin e James Spensley: possiamo dire che il calcio italiano è nato grazie ad un connubio anglo-elvetico?

Senza voler negare, o sminuire, la presenza e il ruolo di alcuni italiani in alcuni club, direi di sì: il calcio italiano è nato anche grazie ad un connubio anglo-elvetico, con la precisazione che forse il contributo elvetico è meno conosciuto. Detto questo, credo che, se non proprio agli albori, in un periodo successivo che potremmo definire di “fase giovanile” del calcio nostrano, (parlo degli anni Venti), in Italia c’è stato anche l’importante apporto del calcio mitteleuropeo (Austria e Ungheria) con alcune figure fondamentali di allenatori come Hermann Felsner oArpad Weisz, e la tragica fine di quest’ultimo ci ricorda le atrocità del nazismo che molti oggi invece, colpevolmente, tendono a dimenticare.

Come hai strutturato il copioso e preciso lavoro di ricerca che hai svolto?

Per ciò che riguarda le sezioni di inquadramento storico, volte a dare al lettore una serie di elementi che spiegano la formazione e la presenza di comunità elvetiche in Italia, mi sono basato sui lavori di importanti accademici svizzeri francesi e italiani: Nicolas Morard, Patrick Cabanel, Valerio Castronovo. Per la parte che ricostruisce le vicende del periodo fondativo delle squadre di calcio, ho letto i numerosi libri che ricostruiscono la storia di ogni singolo club; questa lettura è stata accompagnata anche dallo studio di altri lavori che affrontavano la tematica calcio in generale: mi riferisco ad autori come John Foot ePaul Dietschyo, da un punto di vista sociale, al lavoro di Guido Panico e Antonio Papa. In questi ambiti è stato anche utile incrociare i dati italiani con quelli elvetici; dati che ho potuto ottenere grazie al materiale della Bibliothèque de la Cité di Ginevra e quello della Biblioteca Nazionale Svizzera di Berna. Altre fonti da cui ho attinto informazioni preziose sono stati i siti internet tematici e i siti dei tifosi dei singoli club (in questo caso però ho utilizzato solo i dati di cui sono riuscito ad accertare la veridicità).  Infine, alla Biblioteca Civica Berio di Genova ho consultato decine e decine, forse centinaia di numeri de LaGazzetta dello Sport, Il SecoloXIX, Il Caffaro e La Stampa, per documentarmi sui match giocati tra svizzeri e italiani, in un periodo che va dal 1899 al 1915. Al lettore ho proposto una ventina di articoli ma, ovviamente, quelli da me letti sono molti di più.

Nella consultazione degli articoli del periodo si poteva prevedere l’enorme crescita mediatica del fenomeno calcio?

Domanda difficile a cui rispondere. Nei primissimi anni del periodo che va, più o meno, dal 1899 al 1905, direi che lo spazio dato al calcio non è enorme in termini di quantità: nella maggior parte dei casi, si tratta di articoli brevi, spesso relegati nella quarta, quinta o settima pagina dei quotidiani. Fa eccezione La Gazzetta dello Sport che, ovviamente, dava spazio al football, anche se gli articoli che parlavano di calcio erano eguagliati, se non superati per numero, da quelli che trattavano di podismo, ciclismo e ginnastica. Mentre nel periodo che va dal 1906-1907 fino al 1915 si assiste ad una crescita esponenziale dello spazio dedicato al calcio. Fattore, questo, che lascia intuire come ormai il football stesse assumendo i tratti di un fenomeno di massa, o quantomeno di importanza notevole. Questa tua domanda mi offre comunque lo spunto per dire che la selezione di articoli, presenti nel mio libro, è preceduta da una mia introduzione, in cui cerco di fornire al lettore una dozzina di chiavi di lettura che dovrebbero permettere una lettura più cosciente e ragionata degli articoli stessi, anche in relazione a interrogativi di questo tipo.

Tra i tanti nomi da te riportati ce n’è uno o più che ti hanno maggiormente interessato o emozionato?

Inutile dire che essendo genoano, ci sono due personaggi a cui sono legato da sentimenti di affetto e rispetto. Il libro, pur essendo principalmente incentrato sugli svizzeri, tratteggia i profili di giocatori di altre nazionalità. E per evidenti aspetti di fede calcistica, trovo emozionante il ricordo di James Spensley e William Garbutt. Però, al di là degli aspetti personali legati al tifo, va anche detto che Spensley e Garbutt furono veramente due uomini di grande spessore morale. Spensley, medico inglese, fu ferito mortalmente nella Prima Guerra Mondiale, mentre curava un soldato tedesco in un campo di battaglia. William Garbutt adottò una bambina italiana; bambina che il “Mister” non volle abbandonare alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, rinunciando a rientrare in Inghilterra. Per questo Garbutt restò in Italia e, in quanto cittadino inglese, subì la persecuzione fascista che lo portò a vivere per molti anni in confino.Dei giocatori delle altre squadre mi hanno colpito i commenti su ArnoldWalty, rimasto nella memoria dei tifosi bianconeri per la sua generosità; di Enrico Bachmann del Torino, di cui Vittorio Pozzo fornisce una testimonianza toccante che riporto nel libro, di Ettore Negretti, bomber del Milan e capocannoniere del campionato 1901-1902, provenienza Servette Ginevra; e poi Ermanno Aebi, prolifico e mitico attaccante dell’Inter. Infine Hector Schnitzer, giocatore dell’Andrea Doria, italiano di origine svizzera, che morì in guerra poco prima della fine del conflitto mondiale. “La Grande Guerra” fu un evento bellico che non risparmiò neanche atleti e sportivi. Nel mio libro parlo infatti di tre giocatori che morirono proprio durante la Prima Guerra Mondiale: James Spensley, Hector Schnitzer e Lugi Ferraris. Ma credo che esistano anche altri casi di atleti scomparsi in quella guerra.

Il tuo libro colma un vuoto circa l’importanza che dirigenti e giocatori svizzeri hanno avuto per il calcio italiano: è questo il fine che ti ha spinto alla sua scrittura?

Avevo già alcune conoscenze di fondo rispetto a certe tematiche. Ma il lavoro di stesura del libro è stato una specie di “work in progress”. Motivazioni e obiettivi sono andati di pari passo con l’avanzare del lavoro. Sono italiano, di Genova, ma da più di 15 anni vivo in Svizzera, e l’anno scorso ho anche acquisito la nazionalità elvetica. Inizialmente, spinto dalla curiosità di approfondire i legami tra paese d’origine e paese d’accoglienza, ho iniziato a studiare i rapporti storici e sociali tra Svizzera e Italia, con particolare attenzione per Genova e la Liguria. A seguito di questo lavoro iniziale, ho constatato che questi rapporti sociali ed economici avevano anche un riflesso calcistico. Ho dunque ipotizzato che quello che si era verificato a Genova si fosse verificato anche a Milano e Torino. Ed in effetti si è trattato di un’ipotesi che si è rivelata essere corretta. A quel punto, il lavoro di redazione del libro è stato il punto di approdo e la logica conseguenza di questo lavoro di ricerca.

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