Intervista: L’URSS Nel Pallone

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Per tutti i nostalgici amanti del calcio sovietico, ma anche per chi volesse approfondire un contesto poco conosciuto, il libro di Roberto Pivato è una lettura obbligatoria. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Nella sua prefazione Gianni Galleri parla del suo libro come di un prequel di “Futbolstrojka- il calcio sovietico negli anni della Perestrojka”: è questo l’intento del suo libro?

Direi di no, metterei piuttosto in relazione il mio libro con un’altra opera di Curletto sul calcio nell’Unione Sovietica: I piedi dei Soviet. Il futból dalla Rivoluzione d’ottobre alla morte di Stalin. In questo senso considererei L’Urss nel pallone come un approfondimento e una continuazione dell’ottimo lavoro del prof. Curletto, lavoro che non a caso cito sovente.

Il libro è frutto di un gran lavoro di ricerca, abbinato a grande competenza e conoscenza calcistica: come nasce l’esigenza di combinare insieme questi aspetti?

Questa esigenza è dettata dalla vastità del campo di indagine e anche dalla sua complessità: parlare del calcio nell’Unione Sovietica significa occuparsi di un fenomeno molto diverso da quello che siamo abituati a misurare col metro italiano od europeo in generale, sia in senso strettamente sportivo che socio-politico. Si tratta davvero di un altro mondo, che richiede necessariamente di muoversi con cautela e di cercare di documentarsi nella maniera più accurata possibile. Spero di esserci riuscito almeno in parte.

Quando si parla di URSS non si può esulare dal contesto politico, il quale negli anni ha più volte influito sull’ambito calcistico: quanto secondo lei negativamente in termini di risultati e di espansione del relativo movimento?

Anche questa è una questione complessa. Da una parte è intuitivo pensare che le ingerenze politiche del regime comunista abbiano limitato le possibilità di crescita e di successo del movimento calcistico: basti pensare a quanto accaduto alle olimpiadi del ’52, alla vicenda di Eduard Streltsov sei anni più tardi, all’impossibilità per i calciatori sovietici di provare esperienze all’estero, ai divieti di contatto e confronto col resto d’Europa (almeno quella non socialista) fino agli anni Sessanta. Quest’ultimo elemento, in particolare, ha certamente tenuto il calcio sovietico in una sorta di intrinseca inferiorità rispetto alle altre nazioni occidentali, riducendo di molto quelli che avrebbero potuto essere i progressi e gli allori di un movimento numericamente enorme e non certo privo di talenti. Da un’altra parte, tuttavia, forse si tende anche ad attribuire eccessivo peso a queste cause, non considerando adeguatamente altre difficoltà per così dire logistiche, che hanno sicuramente condizionato l’espansione e i risultati del calcio in Urss: mi riferisco alle particolari condizioni climatiche; al fatto che l’apice della stagione nel resto d’Europa, cioè la primavera, coincideva con l’inizio di quella sovietica; alla vastità ed eterogeneità del territorio dell’Urss, ostacolo inevitabile alla coesione e alla migliore organizzazione di un movimento calcistico nazionale.

Quanto l’apertura alla partecipazione delle squadre sovietiche alle coppe europee ha giocato ai risultati della nazionale degli anni’60?

Credo in minima parte. La possibilità di confrontarsi con un calcio più evoluto, specie tatticamente, ha certamente permesso di imparare molto, ma in realtà la nazionale ottiene i suoi unici successi prima che un club sovietico, la Dinamo Kiev, faccia il suo debutto nelle coppe europee nel 1965. Sono peraltro due successi – quello alle olimpiadi del ’56 e quello al primo europeo, nel ’60 – agevolati dall’assenza, in entrambi i casi, di tutte o quasi le maggiori potenze del calcio continentale e mondiale.

La nazionale sovietica del Mondiale del 1986 e dell’Europeo del 1988 ha impressionato il mondo per il tipo di calcio proposto, lasciando però un senso di incompiuto: è d’accordo e quanto spazio c’è per i rimpianti?

La nazionale di Lobanovs’kyj ha sicuramente impressionato, non a caso era modellata sulla Dinamo Kiev dello stesso “colonnello”, che in quegli anni faceva faville in patria e in Europa. I rimpianti furono moltissimi, forse addirittura di più nel 1986, quando l’Urss, dopo aver dominato il proprio girone, uscì agli ottavi contro il Belgio in un incontro pazzo (4-3 per i belgi dopo i supplementari) e pesantemente condizionato da alcune decisioni arbitrali. È vero che nel 1988 la squadra giunse sino alla finale dell’Europeo, ma forse il rammarico fu minore, visto e considerato che di fronte c’era l’Olanda di Gullit e van Basten: perdere contro gli orange era con ogni probabilità all’epoca era ritenuto più “onorevole” che essere eliminati dal Belgio.

Uno dei personaggi simbolo del calcio sovietico è indubbiamente il “Colonnello” Valerij Lobanovski, si può dire che in qualche modo abbia lasciato un’identità al calcio sovietico (ed ucraino successivamente)?

Per quanto riguarda il calcio ucraino credo che il “colonnello” rimanga il paradigma da seguire; per quello sovietico penso invece che Lobanovs’kyj sia stato certamente un personaggio importante, ma credo anche che non sia riuscito a dare completamente la sua impronta ad una nazionale che non poteva ridursi alla Dinamo Kiev, come invece lui avrebbe voluto. I suoi periodi alla guida della selezione sovietica sono stati intensi, ma i risultati inferiori alle aspettative. Anche per questo sono forse altri i tecnici maggiormente identitari per l’Urss: penso soprattutto a Boris Arkadiev e a Gavril Kachalin.

C’è un calciatore che per caratteristiche tecniche e comportamentali può essere visto come simbolo del calcio sovietico?

Domanda da un milione di rubli! I primi nomi che vengono in mente ovviamente sono quelli di Lev Jasin, l’unico portiere ad aver vinto il pallone d’oro, e di Oleg Blochin, emblema della Dinamo Kiev di Lobanovs’kyj. Sono giocatori che hanno avuto celebrità anche in campo internazionale e che pertanto ben si prestano a rappresentare quello che è stato il football sovietico. Mi piace però ricordare anche alcuni “dissidenti”: i fratelli Starostin, fondatori dello Spartak Mosca, pionieri del movimento calcistico sovietico, ma in forte contrasto col regime negli anni Trenta; ed Eduard Streltsov, il “Pelé bianco”, uno dei maggiori talenti espressi dal calcio dell’Unione Sovietica, finito in un gulag perché inviso ai vertici del Partito comunista.

Concludiamo con una domanda molto complessa: da esperto ed appassionato preferisce il contesto calcistico dell’URSS o l’odierna realtà fatta di tante realtà nazionali? Meglio una selezione che attinge il meglio o selezioni meno forti ma che risaltino in pieno i talenti locali?

Mi affascina senza dubbio maggiormente il contesto dell’Urss, anche perché legato ad un passato calcistico che mi intriga molto di più del presente (che peraltro seguo assai superficialmente). Credo poi che sia impossibile dire se è meglio una nazionale unica, che può attingere ad uno sterminato serbatoio di giocatori, oppure una miriade di selezioni minori, sulla carta meno attrezzate ma che rispecchiano assai più fedelmente le identità locali. Per intenderci, penso che ben pochi ucraini provino nostalgia per la nazionale dell’Urss, e lo stesso dicasi per le altre repubbliche sorte dopo il ’91. Concretamente, infine, le probabilità di vedere l’Unione Sovietica sul tetto d’Europa o del mondo apparivano maggiori rispetto a quelle che possono avere la Russia o l’Ucraina, ma è anche questione di tempo e di circostanze: pensiamo a quanto è stata capace di fare recentemente la Croazia.

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