Intervista: Copa America

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In un’analisi che combina calcio a contesto politico e sociale, Francesco Gallo ci conduce in un viaggio lungo un secolo di calcio sudamericano, con la Copa America a caratterizzare l’intero percorso. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Come nasca l’idea di raccontare 100 anni di Copa America (o Campeonato Sudamericano), torneo leggendario, ma lontano talvolta dalle cronache europee?

Il mio personale colpo di fulmine con il calcio dell’America latina e con la Copa América risale all’estate del 1997, quando avevo dodici anni. Di notte, su Telemontecarlo, all’epoca conosciuta come la tv senza frontiere, mi mangiavo con gli occhi le giocate di Recoba e Ronaldo, sfregandomi le mani perché un mese dopo avrebbero giocato in Italia. Da lì in poi ho seguito quasi sempre la competizione. Il libro che ho scritto è stato il risultato di questa passione e di lunghe ricerche, naturalmente. Ma il vero motivo è legato alla sconfitta dell’Italia contro la Svezia. Orfano del Mondiale, per non pensarci e tenere il dolore più lontano possibile, ho pensato: meglio concentrarsi su altro. La nuova edizione della Copa America era vicina, ho proposto l’idea di scriverci un libro al mio editore e lui ha detto sì. E così ho cominciato a scriverlo.

Politica e problemi sociali sono sempre strettamente connessi al calcio in Sudamerica. Riesci a sintetizzarci il perché?

Sport, politica, società e cultura sono strettamente connessi tra di loro perché sono àmbiti che fanno parto della vita quotidiana dell’uomo. Il calcio, in particolare, non si può considerare estraneo alla politica o alla storia né, come si è soliti credere qualora non vi si rifletta abbastanza, estraneo al pensiero. Soprattutto in America latina dove è vissuto come una sorta di religione, una vera passione che trascende il gioco e valica i confini campanilistici del tifo.

Molti regimi politici hanno usato il calcio come mezzo per l’affermazione: anche l’affermazione nella Copa America poteva avere tale valenza?

Non proprio. L’affermazione politica attraverso lo sport, o il calcio in particolare, ha sempre bisogno di una vetrina internazionale. Il messaggio è più o meno questo: “guardate, ci siamo anche noi. E siamo fortissimi anche nello sport”. Pertanto l’affermazione di un regime autoritario come quello di Vargas in Brasile, di Benavides in Perù o di Videla in Argentina, necessitavano di un pubblico più vasto, che solo Olimpiadi e Mondiali potevano garantire. Per tantissimo tempo la Coppa America è stato un torneo isolato. Un po’ come da noi i campionati Europei.

Le storie di Artur Friedenreich e Isabelino Gradin, denigrati per il colore della loro pelle, sono lontane temporalmente, ma attuali come contenuti. Sei d’accordo?

Certamente. Il razzismo è un virus che nasce dall’ignoranza e dal pregiudizio. Quando viaggia per il mondo e si estende attraverso il contagio può assumere forme diverse. Cambiano le epoche, ma purtroppo il razzismo ce lo portiamo sempre dietro. Talvolta negli stadi esplode più forte perché è un luogo dove ognuno si sente legittimato a sfogare le proprie insoddisfazioni, le proprie paure, attraverso l’insulto razzista. Magari soltanto perché ha pagato un biglietto. Ma è un problema che coinvolge la società intera, finanche la politica. E non solo quattro stupidi dentro uno stadio.

Difficile riscontrare in altri contesti una rivalità come quella esistente e persistente tra Argentina e Uruguay, sei d’accordo?

Dalle parti di Buenos Aires hanno sempre considerato Montevideo e l’Uruguay una sorta di provincia distaccata. Litigano e sono divisi quasi su tutto. Eppure, visti da qua, hanno molto in comune: cultura, lingua, tango e calcio. Proprio il calcio, soprattutto in Coppa America, è stato spesso il termometro per misurare chi fra Argentina e Uruguay fosse la più grande. Oggi l’Uruguay si trova in leggero vantaggio: 15 titoli di Copa América contro i 14 argentini.

La fuga di tanti talenti verso l’Italia e la conseguente assimilazioni come oriundi quanto ha tolto in termini di fascino e contenuti tecnici alla competizione?

Moltissimo. Da Orsi a Sivori fino ad Altafini. E poi tanti, tantissimi altri. Il fior fiore del talento sudamericano, per diversi motivi, anche politici, è stato risucchiato dal vecchio mondo. Qualcuno potrebbe scriverci sopra un libro alla maniera di Galeano ne Le vene aperte dell’America latina, in cui ha raccontato il saccheggio che il colonialismo europeo ha perpetrato per secoli, prosciugando le ricchezze sudamericane.

C’è una nazionale tra quelle raccontate alla quale sei maggiormente legato?

Difficile sceglierne una sola. Anche se ce ne sarebbero delle altre, ne cito due: l’Uruguay degli anni Venti, campione in Copa América, alle Olimpiadi e poi anche ai Mondiali. Una formazione irripetibile. E poi, senza muovermi troppo dal Rio de la Plata, direi l’Argentina degli anni Quaranta con i campioni della Máquina a cui si aggiunse anche l’arrivo di Di Stefano.

Visto lo scenario degli ultimi anni c’è ancora spazio per qualche “sorpresa” nell’albo d’oro?

La vedo difficile. Secondo me questa estate assisteremo al ripetersi dell’eterna sfida tra Brasile e Argentina, in cui vedo i brasiliani in leggero vantaggio perché giocano in casa. Come outsider direi Uruguay e Cile, anche se non credo nella possibilità che i cileni possano compiere un miracoloso tris

Nel 2019 vedremo Messi rompere il sortilegio con la nazionale o vedi un’altra nazionale favorita?

Ogni qual volta che il Brasile ha ospitato il torneo poi ha alzato la Copa al cielo. Credo che accadrà anche quest’anno. Poi i brasiliani hanno il dovere di chiudere il cerchio in positivo. Hanno cominciato nel 2013 con la vittoria della Confederations Cup casalinga; ai Mondiali del 2014 sono stati eliminati in maniera clamorosa; alle Olimpiadi si sono qualificati tredicesimi nel medagliere finale. Adesso bisogna vincere. Anche se per Messi sarebbe l’ultima occasione per trionfare con la Nazionale. Se dovesse arrivare all’appuntamento nello stato di forma attuale, e con la mentalità giusta, potrebbe fare scintille.

La continua modernizzazione del calcio ha tolto fascino alla Copa America?

È normale che se scendi a compromessi per far sì che qualcuno ti noti, in qualche modo, perdi un po’ della tua identità. Ma il fascino non credo l’abbia perso, anzi. La televisione, l’apertura del torneo a squadre fuori dal Continente, l’attenzione riservata a livello globale a questa competizione, fino a qualche anno fa snobbata dai più perché così lontana nel tempo e nello spazio, credo abbia giovato all’intero movimento calcistico sudamericano

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