Intervista: I Derby D’Italia

Derby D Italia prima di copertina

Vincezo Paliotto è una garanzia assoluta in termini di statistiche calcistiche e conoscenza dell’universo pallonaro. Nel suo libro si guida in un viaggio nelle rivalità calcistiche dello Stivale. Ne abbiamo approfondito i contenuti con l’autore.

I Derby d’Italia” può essere visto come il naturale proseguimento del progetto iniziato con “Football Rivalries” e “Clasicos”?

Assolutamente si, era mia intenzione già da diverso tempo di dare continuità a questo progetto editoriale. Quando lo concepii nel 2011 più o meno avevo già intenzione di pubblicare in serie i tre volumi con Football Fans che fu al tempo un’integrazione del primo Football Rivalries.

Come spieghi come lunghe ed ataviche rivalità possano perdurare anche dopo anni, indipendentemente dal la serie di militanza?

E’ secondo me un aspetto questo che identifica poi il vero aspetto del calcio, almeno del calcio di un certo stampo. Penso che il calcio senza le sue rivalità più storiche e naturali sia difficile da viverlo. Ed anzi proprio quelle rivalità che vedono una disparità di blasone sono forse quelle più accese e più vere nella loro sostanza e realtà.

Nelle grandi città e nelle più alte serie i Derby hanno perso parte del loro fascino?

Forse i derby metropolitani hanno perso un po’ di fascino più per certe leggi restrittive che per altro, o in parte anche per il fagocitare del calcio moderno, che tutto vuole in fretta ma che in realtà ben poco offre. Però ad esempio se vai a Genova o a Roma il derby è sempre il derby ed è ancora quella partita che vale una stagione ed anche di più in certi casi.

Ho molto apprezzato le parti relative ai contesti più piccoli e meno conosciuti al grande pubblico, dove traspare passione e senso di appartenenza: sono questi i gli ultimi barlumi del vero calcio?

Il calcio come dire di provincia, ma di una provincia nobile, è forse l’ultimo barlume di un calcio che può definirsi ancora vero. Come ad esempio se vai a San Benedetto del Tronto per quelli che aspettano Sambenedettese-Ascoli o se vai a Cava de’ Tirreni per quelli che aspettano Cavese-Salernitana. La rivalità è tutto, perché rappresenta storia, tifo e tradizione al di là di ogni categoria.

All’indomani del vergognoso Cuneo-Pro Piacenza 20-0 ti chiedo se in Italia ci siano troppe squadre professionistiche e quali possono essere le ricette per sanare la situazione

Per sanare la situazione bisognerebbe sanare innanzitutto il governo del calcio. Sempre gli stessi nomi girano intorno al calcio. Nomi che sono macchiati anche di illeciti e mancata buona condotta eppure sono sempre lì a dettare leggi e contesti di ogni genere. Cristiano Ronaldo ed i milioni degli altri affari non sono un bene per il nostro calcio o meglio non lo sono se pensiamo che con certi tipi di affari si risolvono i problemi di tutto il movimento. Il calcio italiano è da rifondare come sono da rifondare propri i nomi di chi gestisce. Per quanto riguarda la Serie C bisogna adottare il semiprofessionismo come una volta. Il professionismo è ormai alla portata di pochi. I costi sono troppo elevati e non sostenibili.

Nella parte relativa al Sud Italia paragoni dalle contesto al Sud America: come spieghi la grande passione che da sempre permane in tale ambito?

Ho preso in prestito in questo caso una dichiarazione di Pietro Lo Monaco, che così definì in particolare la Campania. E’ l’amore della gente per il calcio e dove si prova a coltivare ancora un sogno, nonostante il calcio sia imbrattato dai procuratori, dai finti procuratori e da venditori di sogni che forse non si avvereranno mai. Ma nonostante tutto da queste parte si crede ancora, a torto o a ragione.

Nel libro descrivi anche minuziosamente le singolo storie dei movimenti ultras, da sempre contesto di passione, ma anche molte volte di violenza: qual è il tuo giudizio su tale movimento?

Questo è un libro scritto anche un po’ dalla parte degli ultras. Ma con questa dichiarazione non voglio suscitare scalpore o inasprimenti, né tantomeno scandalizzare. Quella parte buona del movimento che dà colore e vita agli stadi italiani, magari tirando un po’ il freno a mano di fronte a certi eccessi. Ma un calcio senza tifo e senza ultras al momento non riesco ad immaginarlo. Condanno tuttavia la violenza e la morte negli stadi. Dedico oltretutto molto spazio a Morganti, Plaitano, Furlan, Paparelli e gli altri. Anzi il libro è dedicato anche a loro.

Molte realtà da te descritte hanno conosciuto fallimenti, penalizzazioni, cambi di nome, fusioni e via dicendo: dove trovano gli appassionati lo spirito per continuare a seguirle?

E’ il problema a cui devono far fronte molte piazze calde del nostro calcio. Il calcio italiano dovrebbe fare in fretta a cambiare le sue regole per non perdere di credibilità e dare continuità alla tradizione. Senza tradizioni è dura andare avanti. Non da per tutto c’è una Red Bull o un marchia che cambia in male le regole.

Cito dal libro:” In Italia il calcio dei derby e delle rivalità forse lentamente muore, in attesa di una nuova ripresa”: quale sarà lo scenario futuro in tal senso?

Lo ripeto ancora una volta: il calcio italiano ha bisogno di nuove regole e nuovi interpreti. Di questo passo il calcio in Italia si indebolisce e si indeboliscono anche quelle partite forti dei nostri calendari nella varie serie. Non lasciamo morire le rivalità ed i suoi derby, sarebbe un danno irreparabile per il sistema calcio.

 

 

 

 

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