Intervista:Presidenti

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Il bellissimo e toccante libro di Adam Smulevich (uscito nel 2017) ci ha dato la possibilità di approfondire le figure di Raffaele Jaffe, Giorgio Ascarelli, Renato Sacerdoti, entrando davvero nel merito delle loro glorioso ma altrettanto drammatiche vicende. Ne abbiamo parlato con un disponibilissimo Adam

Il libro ripercorre le vicende di tre importanti presidenti segnati tragicamente dalle leggi razziali: secondo te come mai in Italia vicende come queste restano ancora nell’oblio? Vergogna o c’è dell’altro?
L’Italia è un paese che non ha ancora fatto fino in fondo i conti con il proprio passato e con le proprie responsabilità. Quelle del fascismo contro gli ebrei, nell’emarginazione prima e nell’annientamento poi, furono gravissime. Già dal ’38 lo sradicamento di nomi, biografie e meriti fu spietato e ancora oggi paghiamo quell’oblio, a tutti i livelli.
La vicenda di Sacerdoti è quasi paradossale, da uomo vicino al fascismo a perseguitato in quanto ebreo: qual è la tua riflessione?
Tra le storie che racconto nel libro è sicuramente quella che più colpisce proprio per questa caratteristica. Non furono pochi, come Sacerdoti appunto, gli ebrei che aderirono al fascismo già dalla prima ora. Per lui fu del tutto spontaneo, in continuità con lo slancio patriottico che investì la sua famiglia durante la Grande Guerra. Quattro fratelli, e tutti al fronte: nel libro pubblico una loro foto in divisa. Il fascismo, che non si manifestò almeno inizialmente come antisemita, fu la risposta politica che aspettava. Per questo nel ’38, con le Leggi razziali, il tradimento fu lacerante. Vi invito a leggere alcuni passaggi delle lettere inviate dal confino a Mussolini: gli spunti sono molteplici.
Come si può spiegare ai giovani l’importanza di Raffaele Jaffe per il calcio casalese e non solo?
Jaffe, un nome oggi quasi dimenticato, fu il padre del Casale. Una squadra che oggi arranca ai margini del professionismo ma che in anni fondamentali di consolidamento del calcio italiano nel solco dell’esperienza inglese – parliamo della prima parte del Novecento – riuscì a condurre a uno storico scudetto. Estate 1914: il Casale, la squadra fondata appena pochi anni prima nel corso di una travolgente assemblea nella scuola di cui era professore, diventa campione d’Italia. Sembra l’inizio di una favola meravigliosa. E invece restò relegata a quell’unico momento di gioia, indirettamente travolta dallo scoppio della prima guerra mondiale.
Per Sacerdoti e Jaffe il fatto di essersi convertiti al cristianesimo non li ha salvati dalla vessazione postuma e dalla morte: la chiesa in tal senso avrebbe potuto fare qualcosa?
Le leggi razziali avevano paletti non aggirabili e quindi la loro conversione – per entrambi avvenne nel 1937 – fu ininfluente. Qualcosa invece fu fatto nel momento della vera e propria persecuzione. Jaffe, internato a Fossoli prima di essere deportato ad Auschwitz, nei mesi di prigionia cercò di far valere l’amicizia con il vescovo di Casale per affrancarsi da quella condizione. Purtroppo il tentativo fu vano, diversamente da quanto accadde a Sacerdoti. Influenti legami con il mondo ecclesiastico gli permisero infatti di mettersi in salvo in un convento sul Gianicolo, a Roma. Nei mesi trascorsi in quell’istituto si finse persino frate. E quasi rischiò di lasciarci la pelle quando una fedele gli chiese la confessione.
La vessazione postuma di un personaggio importante per tutto lo sport partenopeo come Giorgio Ascarelli come è stata accolta dalla città di Napoli?
Ha avuto purtroppo un impatto molto forte. Oggi quasi nessuno ricorda questo personaggio incredibile: parliamo infatti del padre del Napoli, che fondò e in cui investì molte risorse per contrastare l’egemonia degli squadroni del Nord, dell’imprenditore e mecenate che già negli anni Venti capisce l’importanza di uno stadio di proprietà e che alla città dona orfanotrofi, scuole, welfare diffuso. Un torto cui oggi si sta finalmente ponendo rimedio.
Credi che questo libro possa contribuire a sviluppare una Memoria consapevole?
È esattamente il motivo per cui l’ho scritto e quindi ripongo delle speranze. Sono fermamente convinto delle potenzialità dello sport in questo senso.
Domanda difficile: in stadi dove non c’è più rispetto per niente e nessuno, com’è attualmente la situazione in termini di antisemitismo?
Come noto, episodi di odio recenti hanno più volte assunto tinte antisemite. Il tema del razzismo nelle curve è comunque tragicamente attuale, come ci ricorda la recente vicenda di Koulibaly. La mia sensazione è che si potrebbe fare di più, molto di più.
Hai in mente progetti futuri collegati al tuo libro?
Qualche idea c’è, spero di potervi dare presto un aggiornamento…

 

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