Intervista: Miti E Leggende Del Calcio Basco

copertina per il web

Il fascino del calcio Basco ed i suoi leggendari personaggi sono perfettamente raccontati nel bel libro di Alessandro Ruta.  Ne abbiamo parlato direttamente con l’autore

Come nasce la passione per il calcio basco e l’esigenza di raggrupparne i grandi protagonisti in un libro?

La passione nasce soprattutto perché da tre anni ormai vivo qua, a metà strada tra Bilbao e Vitoria. In precedenza, da giornalista sportivo e conoscitore della zona, mi sono sempre interessato alle varie vicende. Non c’è dubbio, comunque, che vivere nei Paesi Baschi significa per forza di cose confrontarsi con lo sport (il “kirola”, in euskera), che è una parte integrante della cultura locale. Calcio o non calcio. E infatti moltissimi protagonisti del mio libro sarebbero stati dei grandi sportivi in altre discipline, dalla pelota al ciclismo o al rugby. Però il calcio, in determinati contesti, significava “stabilità economica”, penso alla storia di Bakero che faceva parte di una famiglia numerosa e non dico dovesse mantenerla ma quasi, quindi ha optato per la disciplina che gli avrebbe fatto guadagnare di più, nonostante fosse un fortissimo giocatore di pelota. Idem Deschamps, che ha riconosciuto negli anni quanto la pelota, col suo gioco di scatti avanti e indietro, il capire in anticipo le mosse dell’avversario, sia stata fondamentale nel forgiarlo come calciatore. E poi la storia del “futbol” in Spagna è stata a lungo la storia dei Paesi Baschi, il contesto da cui questo gioco è arrivato, dall’Inghilterra, e in seguito si è espanso a macchia d’olio.

Nel contesto del calcio basco c’è un attaccamento alla maglia ormai inesistente in altri ambienti: qual è la tua riflessione in merito?

Guarda, il concetto di attaccamento alla maglia secondo me è sempre meno rilevante, anche qua. Penso a Inigo Martinez, destinato ad essere una bandiera della Real Sociedad che non ci ha pensato un attimo, lo scorso gennaio, ad andare all’Athletic, e per una bella sommetta. Non vi è dubbio che ci siano dei casi di grandissima fedeltà a un club, a dei colori sociali; per ciascuna squadra basca potrei citarti un esempio recente (Susaeta, De Marcos, Muniain, San José per l’Athletic, Xabi Prieto o Illarramendi per la Real Sociedad, Manu Garcia o Laguardia, che però non è basco, per l’Alaves, per l’Eibar ti direi Mendilibar, l’allenatore, nell’Osasuna Patxi Punal, che è nel libro e si è ritirato anche lui come Xabi Prieto). Credo che l’attaccamento alla maglia qua sia dovuto soprattutto a una sorta di “grazie” che i giocatori vogliono dire a chi ha creduto in loro. E siccome molti sono arrivati nei rispettivi club partendo da piccoli paesini anche di mille abitanti (il primo nome che mi viene in mente è De Marcos, ma pure gente come Koikili o in passato Bakero o Begiristain), è come se rappresentassero “casa loro” nel calcio. Nel libro secondo me il caso più eclatante è quello di Illarramendi, che da giovane stella della Real Sociedad è finito al Real Madrid, dove ha vinto tutto senza quasi mai giocare, e allora è tornato a casa: lui è di un borgo sul mare, Mutriku, dove la mattina presto vedi ancora le imbarcazioni dei pescatori prendere il largo, e piuttosto che rimanere in un posto che non gli piaceva ha preferito la tranquillità delle origini. Essendo lui molto legato alla “kuadrila”, alla “cumpa di amici”, con cui ha sempre condiviso tutto, a Madrid si sentiva estraneo. E non solo è tornato alla Real, ma pure in Nazionale. È il senso di non tradire la comunità, insomma, sempre secondo me.

Il calcio basco è da sempre fucina di grandi portieri, qual è il segreto?

Se lo chiedi a loro ti risponderanno “Perchè c’è il mare e in spiaggia è più comodo tuffarsi”. Ed effettivamente la scuola basca di portieri è una scuola di grandi “portieri di mare”. Zarautz per Iribar, San Sebastian per Arconada, Urruti e in precedenza Chillida, che poi sarebbe diventato un grande scultore; ultimo, Kepa Arrizabalaga che è di Ondarroa. Però allora Zubizarreta, che è figlio delle valli? O Esnaola, e Cedrun? Ci sono stati tanti portieri forti provenienti dall’interno. Io credo che più che il mare e la spiaggia molto facciano le condizioni atmosferiche, particolarmente instabili, e che quindi abituano chi vuole essere un portiere a non aver paura di niente, nemmeno del fango o di sporcarsi da capo a piedi, e ad affinare i riflessi.

Un grande pregio del tuo libro è quello di riuscire a collegare ogni campione all’epoca ed al contesto di riferimento: era anche questa l’ottica della tua analisi?

Non bisogna mai dimenticarsi che il calcio fa sempre parte di un ambiente e di un periodo storico. Quando si parla, ad esempio, di “secolo del calcio”, non si vuole mettere in secondo piano gli altri aspetti della vita, ma solo rimarcare l’importanza anche sociale che ha avuto questo gioco negli ultimi decenni. Poi sono totalmente d’accordo con José Mourinho quando afferma che “chi sa solo di calcio non sa niente di calcio”. Qualsiasi cosa va collocata all’interno di un contesto, e io da bravo appassionato di storia (ma non sono uno storico) ho sempre cercato di fare questo, nel libro. In una parte del mondo in cui, poi, il pallone è sempre andato a braccetto con la vita di tutti i giorni, a partire dalla politica, questo mi è sembrato ancora più naturale. Ci sono storie che in sé non hanno molto significato, ma che messe in un determinato periodo storico assumono tutt’altro valore. Non si può capire Gorostiza, per esempio, senza accennare alla Guerra Civile spagnola, che lo porta a combattere al fronte. O Kortabarria e il suo “no” alla nazionale inquadrandolo negli anni Settanta e la fine del franchismo. Per non parlare del “lehendakari” Agirre, che da calciatore che avrebbe potuto essere diventa l’uomo politico più importante, forse, degli ultimi cent’anni in Euskal Herria.

C’è un personaggio tra quelli da te narrati al quale sei particolarmente legato?

Quando giocava ammiravo molto Julen Guerrero, che avrei tanto voluto al mio Milan. La sua scelta di legarsi a vita all’Athletic non è sorprendente pensando alla lunga lista di “hombres verticales” che ho incontrato scrivendo il libro. Sempre come calciatore, Xabi Alonso è un altro che avrei voluto per la mia squadra del cuore, che fosse un giocatore speciale lo si vedeva già ai tempi della Real Sociedad. Poi sicuramente Gorostiza, di nuovo, tanto dominante in campo quanto perdente nella vita. Come “personaggio” in sé, però, nessuno meglio di Javier Clemente: se allenasse oggi sarebbe il re dei meme sui social network.

Tra Athletic Club e Real Sociedad c’è una grande rivalità sportiva, anche nell’accaparrarsi i migliori talenti del territorio, tuttavia l’immagine di Iribar e Kortabarria con la ikurriña è un grande esempio di vicinanza: cosa ne pensi?

Questo perché Bilbao e San Sebastian sono due città totalmente diverse, con delle culture altrettanto agli antipodi diverse che si riflettono anche negli stili di gioco. L’Athletic rappresenta la città dell’industria pesante, del ferro, è molto inglese come stile, tanto fisico e tanta grinta, più ancora della tecnica: essendo anche ricca, va a comprare il meglio, o presunto tale, dalle altre rivali locali. La Real rappresenta San Sebastian, più corsara, città di mare, anzi di oceano, col centro storico che sembra un uccello ad ali spiegate e forse la cucina migliore di tutta la Spagna (non parliamo di Euskal Herria, sono comunque gusti personali); e lo stile di gioco è sempre stato più palla a terra, più di tocco, più “latino”. Però quando c’è comunanza di intenti, si è tutti uniti e non esistono rivalità. Anche qua, la storia che entra nel calcio.

I successi nazionali di Athletic Club e Real Sociedad degli anni’80 sembrano irrepetibili nel calcio di oggi, dove le risorse economiche a disposizione delle grandi rendo il gap quasi incolmabile: provi nostalgia per quel calcio?

C’è una barzelletta che si racconta: “Sai come si fa a mettere venti baschi dentro una macchina? Dicendo loro che non ce la faranno”. Ecco, quindi mai sottovalutare la gente di qua. Scherzi a parte, oggi mi sembra impossibile un miracolo in stile Leicester (comunque un club tutto meno che squattrinato), o un ritorno agli anni Ottanta. Per le squadre di qua, dall’Athletic all’Eibar, è tutta una questione di obiettivi: salvarsi, o sopravvivere dignitosamente, viene considerato alla stregua di una vittoria in Champions League. Se provo nostalgia per il calcio di quindici-vent’anni fa? Onestamente no, perché il calcio, essendo un fatto umano, si evolve continuamente. Anche se provassi nostalgia cosa cambierebbe? Nulla. Non mi piacciono i film in 3D: pazienza, cercherò altrove quelli che preferisco. Ho i brividi al pensiero di una Superlega Europea, ma la mia forma di protesta sarà di non interessarmene.

Quali sono i talenti migliori del calcio basco al momento, magari in grado di rinverdire i fasti dei campioni passati?

Rinverdire i fasti passati significa diventare la spina dorsale della nazionale spagnola, ad esempio. E onestamente oggi di giocatori così non ne vedo tanti. Al momento, poi, le squadre basche sono, chi più chi meno, in una fase di transizione: vuoi dirigenziale (l’Athletic), vuoi infrastrutturale (la Real Sociedad, che si sta concentrando sul riammodernamento dello stadio, idem l’Eibar, che però è specialista nel comprare dal sottobosco delle categorie inferiori). Sicuramente Kepa è il portiere del futuro, ma finché ha davanti De Gea, che comunque ha appena 28 anni, o l’immarcescibile Casillas la vedo dura. Mi piacerebbe molto, per la sua storia personale, che Yeray diventi un difensore di livello internazionale, dopo il tumore che l’ha colpito e dal quale sembra guarito. Un crack doveva esserlo Muniain, che però ha subito troppi infortuni (due crociati saltati) e troppi cambi di ruolo per stabilizzarsi. Inaki Williams secondo me entro un paio d’anni finirà in qualche club importante, almeno per testarsi altrove, come ha fatto Laporte (che, ricordiamolo, non è basco, nemmeno basco-francese): d’altronde è un “articolo” molto richiesto, attaccanti veloci come lui ce ne sono pochi in giro, dovrebbe solo raddrizzare la mira, che non è poco. Il più promettente, quello su cui scommetterei di più, rimane Mikel Oyarzabal della Real Sociedad, giocatore moderno e molto quadrato.

Cosa provi a vedere l’Athletic Club invischiato in zona retrocessione?

In realtà già al termine della passata stagione l’Athletic stava andando malissimo e se ci fossero state altre due o tre giornate avrebbe rischiato grosso. Il club è stato intelligente a non cacciare Ziganda a campionato in corso, tanto non sarebbe cambiato nulla. Quindi non è una sorpresa assoluta, la situazione, almeno dal mio punto di vista. La scelta di Berizzo mi ha lasciato un po’ così, perché arrivava da un esonero e in più è stata presa da un presidente, Urrutia, in fase di addio, dopo un ciclo secondo me strepitoso (iniziato con Bielsa e la finale di Europa League e con l’apice nella Supercoppa di Spagna 2015, il 4-0 al Barcellona) e difficilmente ripetibile a questo livello. Aggiungiamoci l’età avanzata di alcuni giocatori-chiave, degli acquisti poco convincenti (Inigo Martinez) ed ecco la posizione pericolante in classifica. Credo che Garritano sia stata la scelta giusta perché conosce bene l’ambiente (allenava le giovanili) e sa cosa serve per uscire dal pantano: fare punti anche giocando malissimo, vedi lo 0-0 con l’Alaves. Le rivali dirette non mi sembrano eccezionali, dando per scontato che Rayo e Huesca andranno giù e qualcuna dell’attuale classe media calerà. Sarà una lunga stagione di sofferenza per i tifosi biancorossi.

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