Intervista: Ti Amerei Anche Se Vincessi

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Un appassionato e competente tifoso della Scozia ci spiega le ragioni del suo tifo e ci accompagna nelle spesso sfortunate esperienze della Tartan Army nelle più importanti competizioni per nazionali. Ne abbiamo approfondito i contenuti con l’autore.

Un italiano che tifa ardentemente Scozia: ci riassumi come nasce il tuo amore per la Tartan Army e l’idea del libro che hai scritto?

Come tutti gli amori duraturi, è nato da un colpo di fulmine. Mentre collezionavo le figurine dei mondiali del 1974, quelle dei giocatori della Scozia mi attraevano in modo irresistibile, i loro nomi, Harvey, Jordan, Bremner avevano su me un effetto ipnotico, le loro maglie, blue notte con un leone sul cuore erano meravigliose, fu amore a prima vista. Avevo sette anni.Il libro l’avevo in mente da tempo, scartando il self-publishing, si trattava solo di trovare l’editore giusto che credesse nel progetto. L’incontro con Gianluca Iuorio della Urbone Publishing è stato decisivo, l’idea di farne un racconto molto personale gli è piaciuta subito e in sei mesi l’abbiamo realizzato.

Nel tuo libro ci regali una carrellata di grandi ed indimenticabili campioni, quali sono maggiormente nel tuo cuore?

Quelli del periodo 1978-1982, su tutti Joe Jordan che con grande gioia fu acquistato dalla mia squadra italiana del cuore, il Milan. Poi le cose non andarono bene, ma Joe è rimasto nel cuore dei tifosi rossoneri per il suo impegno. Oltre a lui metto sul mio podio personale Kenny Dalglish e Peter Lorimer.

Tifare Scozia vuol dire anche detestare i nemici inglesi: come giudichi tale atavica e ai tempi sanguinosa animosità ai nostri giorni?

Nel libro ho riassunto in poche pagine secoli di epiche battaglie, con alterne nostre vittorie (poche) e sconfitte (molte). Percepisco che la rivalità non si è sopita nei secoli, basta vedere le scene di esultanza nell’ultima partita giocata a Glasgow nel giugno 2017, quando una doppietta su punizione di Griffiths nel finale ribaltò in vantaggio iniziale inglese (poi fu pareggio).

La nazionale scozzese non hai superato il primo turno nelle grandi competizioni, con la sfortuna che ha giocato un ruolo fondamentale: esiste una sorte di maledizione in tal senso?

Sfortuna sì, maledizione forse, certo è che in molti casi ce ne abbiamo messo molto del nostro! Nel 1974 forse la sfortuna fu affrontare lo Zaire nella prima partita, quando si presentò combattivo, tuttavia sbagliammo anche molti gol. Nel 1978 il pareggio con l’Iran grida ancora vendetta, nel 1982 i due gol subiti per deconcentrazione dalla Nuova Zelanda risultarono decisivi, nel 1986 non riuscimmo a superare l’Uruguay rimasto in 10 dopo un minuto, nel 1990 Mo Johnston si divorò il gol del pareggio contro il Brasile che ci avrebbe fatto superare il primo turno. Solo nel 1998 l’uscita fu disastrosa, senza recriminazioni, anzi se anche avessimo battuto il Marocco nell’ultima partita, la scandalosa condotta del Brasile che si fece battere dalla Norvegia avrebbe vanificato il tutto.

Oltre che tifoso sei anche un collezionista di divise storiche: come giudichi le nuove maglie, sempre più legate al marketing che alla storicità ed alla sacralità di colori e bandiere?

Ovviamente le vecchie maglie, diciamo fino al 1998 (non a caso l’ultima che ho acquistato) erano molto più belle, questo vale per tutte. La più bella di sempre, a mio avviso, è quella del 1978, mal’originale è introvabile se non a prezzi mostruosi.Quella attuale, semplice, non mi dispiace, l’unica che non potevo sopportare era quella rosa dell’anno scorso. A parte questa direi che le maglie scozzesi non sono mai “degenerate” come quelle di altre nazionali, una certa tradizione è rimasta, come i calzettoni rossi.

Nel libro dedichi un bellissimo capitolo a Jock Stein, cosa maggiormente di affascina della figura di questo leggendario allenatore?

La morte sul campo ne ha reso la figura leggendaria, epica. Come disse il capo dei tifosi scozzesi nel rievocare quella tragica notte di Cardiff, Jock era come un padre per i giocatori e per i tifosi. Ricordo che rimasi molto colpito dalla notizia della sua morte. Me lo immagino come una persona dalla grande umanità, che sapeva trarre il meglio dai suoi giocatori, ai quali sapeva infondere un grande senso di appartenenza, come avvenne per il grande Celtic che conquistò la coppa dei campioni nel 1967, pur essendo inferiore alla grande Inter. Vedo molte analogie con Nereo Rocco, un altro personaggio dotato di una grande carica umana. Me li immagino tutti e due ai nostri tempi: prenderebbero a calci nel sedere molti dei giocatorini montati dai media, pieni di tatuaggi e mercenari che abbiamo oggi.

L’ultima partecipazione della Scozia ad una grande competizione è datata 1998: secondo te quali sono le cause principali?

Il calcio è cambiato in peggio negli ultimi 20 anni, la Scozia non è riuscita ad attuare un cambio generazionale e a stare al passo con i tempi come hanno fatto altre squadre anche più piccole. Un tempo un giocatore che potesse scegliere con quale nazionale britannica lo faceva per senso di appartenenza, oggi lo fa per convenienza. Mancano quindi i giocatori di qualità che avevamo un tempo, come dimostrato dalla poca strada che fanno le squadre di club scozzesi nelle coppe europee. Non è più pensabile che una squadra come l’Aberdeen possa vincere una coppa come avvenne nel 1983.

Come il vedi il futuro della Tartan Army? Quali possono essere i giocatori che possono rinverdirne i fasti?

Le ultime due partite giocate contro Albania e Israele, non due avversari imbattibili, certo, mi ha riacceso le speranze. Ho visto una buona squadra, capace di lottare, con un buon gioco e con un grande Forrest. Vedo lui e Robertson come elementi trainanti per provare ad aprire un nuovo corso. Piuttosto mi preoccupa la disaffezione dei tifosi, vedere Hampden Park mezzo vuoto mi ha messo molta tristezza.

Visto il buon riscontro avuto dal libro hai in mente altri progetti letterari?

Ci sto pensando, scrivere è come una droga, è difficile smettere. Ho già in mente qualcosa, di certo posso dire che si parlerà ancora di Scozia a 360 gradi, anche se in maniera diversa. Però non posso rivelare altro, è ancora tutto così segreto che non lo so neppure io!

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