Intervista: Curva Est

Gianni Galleri è un uomo con la valigia, per dirla alla Dan Peterson. Un piccolo Ulisse sempre in viaggio verso un pallone che rotola. Un viaggiatore che le storie le va a scoprire on the road e poi le riporta su carta. Lo ha fatto quattro anni fa con Londra e si è ripetuto negli scorsi mesi con i Balcani, una terra che su di lui ha un fascino magnetico, un magnetismo che ti trasmette in poche righe, in pochissime parole. Da qui nasce Curva Est, un libro che è già un piccolo cult, dove troverete, tra un tunnel di Hagi e un gol di Mance, cronache di tifosi, consigli enogastronomici e personaggi che si possono trovare solo a quelle latitudini. Il nostro incontro avviene in un rumoroso bar di una stazione, non potrebbe essere altrimenti.

Partiamo dal titolo del libro: perché Curva Est? 

Il titolo nasce da un’idea di Damiano Benzoni, che curava un’omonima rubrica su East Journal. È un nome iconico e breve, come dovrebbe essere sempre il titolo di un libro. La storia poi ci ha insegnato che la parola “Curva” non è il massimo per i paesi dell’Est, visto che a quelle latitudini può tradursi con “prostituta”: infatti quando sono stato intervistato in Macedonia il titolo è stato modificato in “Gradinata Est”.

Negli ultimi anni il calcio balcanico è stato oggetto di una fiorente letteratura calcistica. Perché i Balcani piacciono tanto? 

Sicuramente perché c’è stato chi come Paolo Carelli o Fabrizio Tanzilli ha aperto questa vena e da quel filone si è aperta la richiesta di approfondire queste storie. In Italia mancava poi questo tipo di letteratura, nonostante in lingua inglese ci fosse Behind the curtain di Simon Kuper, malgrado i Balcani siano una realtà molto vicina alla nostra, sia geograficamente che dal punto di vista del tifo.

Un aspetto su cui ti concentri molto sul tuo libro è quello del tifo. Cosa è che rende le tifoserie di quella parte del mondo così diverse dalle altre? 

Certamente, perché senza dubbio quello che succede sugli spalti è molto più interessante di quello che succede in campo. Sul terreno di gioco lo spettacolo offerto è molto modesto, mentre in curva si respira una libertà di espressione e bellezza estetica che in Italia per tanti motivi si è persa. Nei Balcani il tifo è ancora un’isola felice, qualcosa per cui vale la pena pagare il prezzo del biglietto.  

In Curva Est, così come nel tuo precedente libro su Londra, emerge in maniera forte il tema del viaggio. Da dove deriva questa tua scelta narrativa? 

Il viaggio è sempre il tema nevralgico dei miei libri. A me piace raccontare quello che vedo. Per questo in Curva Est mancano l’Albania o la Turchia, perché non sono stato in quei Paesi. Il mio libro vuole essere una guida in grado di aiutare il lettore a scoprire i Balcani sotto tutti i punti di vista, non solo calcistico ma anche culturale o enogastronomico. Non ho la pretesa di fare un’enciclopedia, ma raccontare il mio punto di vista.

Quali sono i tuoi consigli per un turista del calcio?

Ti posso raccontare il mio modello: siamo 3 amici, andiamo su Ryanair e Soccer Way, incrociamo i prezzi dei voli con le partite più interessanti, facciamo un budget e decidiamo se partire verso Bucarest o Sofia, se scegliere Plovdiv o Atene. È fondamentale abbattere ogni tipo di pregiudizio nei confronti di queste zone, spesso oggetto di forti pregiudizi, e trovare le chicche nascoste, senza appiattirsi sul calcio.

Nel tuo libro una parte che a me ha affascinato molto sono i tuoi “Virgili”, le tue guide: penso a Mario, il mio preferito, Anjia, i tifosi del Levski… Raccontaci di più di loro.

La cosa più bella di questi viaggi è incontrare persone, che magari hai conosciuto sul web, e che ti fanno da guida. Mi è successo anche recentemente nella mia visita a Sarajevo, dove ho trovato una persona splendida come Edin, che mi ha portato in giro a scoprire la città come mai avevo potuto fare prima, oppure a Timisoara. Per quanto riguarda Curva Est, quello che ci è rimasto più nel cuore è Plamen, un favoloso personaggio che è diventato un vero e proprio amico e che ci ha aiutato a trovare contatti con i tifosi del Levski e del Botev.

Quali sono le 3 cose calcistiche ed extra-calcistiche da vedere nei Balcani? 

Sicuramente partirei da una bella passeggiata dallo stadio della Stella Rossa a quello del Partizan, con relativa visita. È doveroso poi aspettare il tramonto al Karaiskatis al Pireo e non può mancare una visita al Maksimir di Zagabria, dove è passata da protagonista la Storia. Per quanto riguarda l’extra-calcio sicuramente va visto il Ponte di Mostar, Bucarest, il tempio di San Sava a Belgrado, recentemente restaurato, l’entroterra della Bulgaria, ma in generale fare una classifica è impossibile. Certamente una cosa che voglio fare io è il bagno nel Mar Nero.

Quali sono i 3 giocatori che rappresentano al meglio lo spirito dei Balcani?

Il simbolo è senza ombra di dubbio Dragan Piksi Stojkovic: un giocatore dalla classe immensa, ma che contiene in sé i germi della sconfitta e della tristezza tipica dei Balcani. Va all’OM nell’anno in cui la Stella Rossa vince la Coppa Campioni e per uno scherzo del destino troverà i suoi ex compagni proprio in finale, rifiutandosi di tirare il calcio di rigore. Da lì partirà il declino, il passaggio a Verona e la conseguente fuga in Giappone, dove ritroverà sé stesso anche grazie a Wenger. Mi viene in mente anche Hagi: in Romania non capiscono il nostro amore per lui, perché pensano sia una cosa che appartiene solo a loro, visto che in Italia ha giocato solo al Brescia. Infine, Hatzipanagis, protagonista di una storia meravigliosa: parliamo di un greco che nasce in Unione Sovietica e che per aver giocato nelle giovanili russe non potrà mai giocare con la nazionale ellenica. Solo dopo il ritiro gli verrà restituito questo piacere, nell‘amichevole del ‘94 contro il Ghana.

Dal tuo primo libro non emerge la tua passione per il Brentford. Ma se dovessi scegliere una e una sola squadra dei Balcani quale sceglieresti? 

È una domanda impossibile, a cui non posso rispondere. Diciamo che sto costruendo mappa dove in ogni paese stringo simpatia per squadra. Ce n’è però una in Romania che devo citare, per motivi “personali”: si chiama Petrolul Ploiesti, un paese che dista pochi chilometri da Bucarest. Su di loro insieme a Damiano Benzoni, uno dei massimi esperti di calcio romeno in Italia, abbiamo realizzato un documentario sulla rinascita orchestrata dai tifosi, che l’hanno presa in mano in quarta serie e ora la stanno portando a lottare per la prima divisione. L’abbiamo presentato al Festival del Calcio Slavo di Torino ed è disponibile qui: https://youtu.be/PJeRwSI46ao

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