Intervista: Gli Undici Giorni Del Trap

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Nel suo libro Enzo D’Orsi ci fa rivivere gli undici giorni che separano Giovanni Trapattoni dalla sfortunata finale di Atena del 1983. Con l’autore ne abbiamo approfondito le tematiche.

Juventus-Amburgo raccontata dal punto di vista di Giovanni Trapattoni: l’idea nasce dall’esigenza di trovare una spiegazione per l’impronosticabile sconfitta?

No. Nasce dal ricordo tuttora nitido di quel periodo e di quella lunga attesa, vissuta da cronista accanto a Trapattoni, di cui riuscivo ad interpretare i gesti e le parole. E’ stata la prima finale della coppa dei Campioni che ho visto dal vivo, ha avuto un valore speciale come giornalista. Il racconto ha in Trapattoni il protagonista, la figura dell’allenatore è sempre centrale in queste vicende, soprattutto in Italia.

A distanza di 35 anni la finale di Atene è ancora viva nelle memori di molti sportivi: c’è una ragione in particolare?

Direi che è vivissima. E’ di quelle tappe che non si dimenticano mai. Come, ovviamente con un valore diverso, la tragedia dell’Heysel. Oppure come, per restare solo al calcio, gli scudetti vinti e perduti all’ultima giornata. Come la prima coppa europea conquistata nel 1977 contro l’Athletic Bilbao dopo una battaglia durissima nella finale di ritorno.

Da giornalista al seguito della squadra ha effettivamente percepito un clima particolare che possa aver determinato la brutta prestazione della Juventus e quindi la sconfitta?

Non c’era, ma questo l’ho capito bene a posteriori, il clima giusto. La squadra si reggeva su equilibri precari, aveva giocato un campionato al di sotto delle proprie possibilità, aveva fatto benissimo in coppa, ma nell’insieme c’erano giocatori fuori forma, altri che sapevano di andar via, altri poco inclini a fare un piccolo sacrificio per i compagni. Inoltre, raggiunta la qualificazione alla finale, mancava più di un mese alla partita di Atene. Non fu un mese utilizzato bene.

Quanto appagamento per il Mondiale vinto dall’Italia l’anno prima e la troppa spavalderia hanno inciso sulla sconfitta?

Spavalderia, no. Nella Juve di Trap non l’ho mai vista. Semmai, un po’ di appagamento era inevitabile, quasi fisiologico come il trionfo mondiale dell’82. Piccole cose che poi incidono sul rendimento: che so, un bicchiere di vino in più, un’ora di sonno in meno, un calo d’attenzione negli allenamenti.

Anche l’inesperienza a giocare simili partite può avere inciso, considerando che solo Trapattoni aveva al tempo giocato una finale di Coppa dei Campioni?

Non direi. Dieci mesi prima, sei giocatori avevano giocato e vinto la finale mondiale, Platini e Boniek erano arrivati alle semifinali.

In copertina vengono riprodotti Giovanni Trapattoni e Paolo Rossi: sono stati loro l’ago della bilanci del confronto?

Trapattoni, per ovvii motivi. Rossi è il simbolo di quella sconfitta, il capocannoniere mondiale che fa scena muta ad Atene. Simbolo non significa unico responsabile. Lo dice anche Tardelli, con grande onestà: abbiamo perduto tutti. Tutti.

Nel libro si ricorda come l’Amburgo fosse un squadra di alto livello, probabilmente sottovaluta da giocatori e dall’ambiente: quali crede siano stati i punti di forza della squadra di Ernst Happel?

Sottovalutato dal grande pubblico e da larga parte di giornali e tv, sicuramene sì. Va anche ricordato che all’epoca la conoscenza del calcio internazionale non era paragonabile a quella di oggi. Adesso un bambino conosce bene i giocatori del Real Madrid e meno bene i giocatori della squadra della sua città… L’Amburgo aveva una buona organizzazione di gioco, la sua forza era la copertura delle corsie esterne, soprattutto sul fianco desto: lì, uno dei migliori calciatori tedeschi dell’epoca, Kaltz, imperversò soprattutto nel primo tempo. Con un paio di mosse indovinate, Happel liberò spazi a sinistra dove Magath, autore dell’unico gol, andò ad infilarsi con grande pericolosità.

Seguendo la Juve da tantissimi anni crede esista un condizionamento quando la squadra deve affrontare una finale di Champions League alla luce delle sette finali perse?

Ci sono almeno due considerazioni da fare. La pima è che un condizionamento è inevitabile: è vero che i giocatori sono cambiati, ma è chi li circonda che ricorda questa sorta di maledizione, alla quale personalmente non credo. La seconda è che nella Champions league c’è davvero il meglio del calcio mondiale, le squadre hanno tutte grandi campioni, e dunque le difficoltà di ogni partita – non soltanto delle finali – non sono paragonabili con quelle del passato. Allora, alla coppa partecipava soltanto la vincitrice del campionato. Adesso ci sono le prime quattro, dunque sono in corsa sempre e comunque il Real e il Barcellona, il Bayern e il Borussia, il Manchester City e il Liverpool. E’ una competizione durissima per tutti, non solo per la Juve.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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