Intervista:Il Pallone E La Miniera- Storie Di Calcio E Di Emigranti

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Abbiamo avuto il piacere di parlare con Tonio Attino del suo interessantissimo libro sulla realtà degli immigrati italiani in terra lussemburghese.

Come nasce l’idea di un libro sulla Jeunesse e sul correlato contesto minerario di Esch-sur-Alzette?

Nasce per caso. Non sapevo nulla diEsch e della Jeunesse finché non mi sono trovato in Lussemburgo per presentare un altro mio libro, Generazione Ilva, dedicato all’industrializzazione siderurgica degli anni Sessanta e Settanta e alla mia città, Taranto. Quando arrivo lì, mi domando perché mai mi abbiano invitato. Poi scopro di essere piombato in una terra in cui un tempo c’erano 49 altiforni nel raggio di 25 chilometri e tutt’intorno miniere di ferro e acciaierie in cui lavoravano gli emigrati italiani, lavoratori che avevano lasciato l’Italia, sofferto, combattuto il nazifascismo, finendo anche nei campi di prigionia. Scopro una storia che è come una matrioska, con tante altre storie dentro, attraverso la quale sono passati anche Platini, Trapattoni, Di Stefano, il grande Bill Shankly coach del Liverpool, Nello Saltutti, la Pro Vercelli campione d’Italia nel 1908, quando il Lussemburgo cominciò a essere meta dei lavoratori italiani. E scopro il filo che in qualche modo le tiene tutte insieme, queste storie, cioè la Jeunesse, la squadra degli operai, dei minatori, degli italiani, di chi aveva ritrovato l’orgoglio nel lavoro e nel calcio in una patria fuori dalla patria. La Jeunesse è la squadra più titolata del Lussemburgo, 28 scudetti. Ne sono diventato tifoso, anche se a distanza, e sebbene se adesso non sia più la squadra degli operai. Perché nel Sud del Lussemburgo non ci sono più le miniere e le acciaierie. Il presidente del club si chiama Jean Cazzaro. Dice niente questo cognome? Ha origini italiane, naturalmente.

Quanto la tua attività in merito alla questione Ilva di Taranto ha influenzato la stesura del libro?

Niente o tutto, non lo so. Certo se non avessi lavorato al libro sull’Ilva non avrei probabilmente mai messo piede a Esch-sur-Alzette, e se non avessi raccontato la storia della mia terra e della mia generazione – la Generazione Ilva, appunto – al mio amico Remo Ceccarelli non sarebbe venuta voglia di raccontarmi la sua storia. ‘Abbiamo molte cose in comune’ mi disse la prima volta che ci incontrammo. Senza Remo non avrei mai scritto una riga della Jeunesse. Persona fantastica: mi ha raccontato tutto, guidato nella vita degli italiani e nella sua, nel calcio romantico della squadra che fermò il Liverpool di Keegan in Coppa dei Campioni, nel 1973. Nato a Esch, figlio di minatore, Remo parla romagnolo, ha scritto per anni le storie degli emigrati sul magazine italiano Passaparola, come per riscattare le pene di chi, espulso dall’Italia, lottò ogni giorno per campare e per difendere la propria dignità, con una fierezza meravigliosa.

Il calcio come valvola di sfogo è un concetto presente in tante comunità di tutto il mondo: quale sono le peculiarità del contesto da te analizzato?

Nel caso di Esch il calcio è stato qualcosa di più. E’ stato orgoglio, appartenenza, riscatto. Quando vedi che Renato Pascucci – René – umbro di Gualdo Tadino, idolo e capitano storico della Jeunesse, in campo dal 1939 al 1961, mai un’ammonizione in tutta la sua carriera, è stato un esempio dentro e fuori il campo per italiani e lussemburghesi, allora capisci che siamo di fronte a una vicenda in qualche modo irripetibile, in qualche modo esemplare. Dovremmo guardarla, comprenderla, inchinarci davanti alle vicende di questi italiani.

Mi ha molto colpito la storia del portiere Renè Hoffman, il quale arriva a rifiutare il provino offertogli dal Real Madrid per non abbandonare Esch-sur-Alzette: quali sono le tue riflessioni riguardo?

Hoffman non andò al Real di Di Stefano e Puskasnel 1959, dopo una partita al Santiago Bernabeu persa dalla Jeunesse per sette a zero, in Coppa Campioni. Nonostante la sconfitta schiacciante, Hoffman fece un figurone per le sue parate. Il Real Madrid lo voleva ingaggiare e lui in Spagna ci sarebbe andato se il papà, tifoso della Jeunesse capitanata da Pascucci, non gliel’avesse impedito. Hoffman era un ragazzino, aveva diciassette anni, da minorenne subì la scelta paterna. Però non gli pesò restare a casa. Seguitò a dividersi tra lo Stade de la Frontiere del quartiere Hoehl, il quartiere operaio in cui viveva in una casa accanto al campo sportivo, e l’acciaieria in cui ha lavorato tutta la vita. Ecco, la vita era questa, per lui e per gli altri: il ferro e il pallone.

In un periodo storico nel quale il tema dell’immigrazione è molto sentito, l’integrazione degli immigrati italiani nel sud del Lussemburgo trasmette un messaggio positivo: quali insegnamenti possiamo trarre per gestire la grave situazione attuale?

In linea di massima noi italiani non sappiamo che farcene degli insegnamenti, pensiamo che il mondo sia cominciato al momentodella nostra nascita. I nostri emigrati in Lussemburgo erano disprezzati, detestati, considerati delinquenti, incivili, colpevoli di rubare il lavoro agli indigeni, hanno sofferto molto, ma hanno contribuito alla crescita dell’economia e sono diventati un modello di integrazione. Sarebbero volentieri rimasti in Italia, se avessero potuto. Non hanno potuto. Esch-sur-Alzette, la vecchia città operaia, ha oggi trentamila abitanti di oltre cento diverse nazionalità, italiani compresi. Conta qualcosa rileggere queste storie?Ci aiuta a capire? Non ho grandi speranze.

Chiudiamo con un parere prettamente calcistico: l’approdo del Dudelange ai gironi di Europa League è sintomo di una crescita globale del calcio lussemburghese?

Credo di no. Come sostiene Denis Scuto, figlio di un emigrato siciliano, ex capitano della Jeunesse e oggi docente universitario di storia, il calcio lussemburghese può essere paragonato alla nostra serie C. E’ una piccola realtà, non potrà rivaleggiare con il calcio delle multinazionali. Però quando gli sportivi vedono una piccola squadra giocare contro un club ricco e famoso sperano che la grinta e la passione riescano a scardinare una superpotenza, come accadde alla Jeunesse con il Liverpool nel 1973 o con il Real Madrid nel 1959, partita di ritorno di Coppa dei Campioni. La Jeunesse andò in vantaggio due volte, poi perse cinque a due, ma quel Real era il primo club in Europa e probabilmente la più forte squadra del mondo. Il calcio dei piccoli ha sempre un fascino che, sembra curioso, aiuta il calcio dei grandi.

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