Il Cacciatore Di Stadi

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Innanzitutto come nasce la passione per il Groundhopping?

La mia passione per il Groundhopping, posso dire che nasce in due fasi cruciali della mia vita.La prima, quando a maggio del 2007, da tifoso milanista e dopo aver visto tutte le partite in casa della stagione della squadra rossonera, avevo un unico obbiettivo: la finale di Atene. Ci fu un’accesa discussione con mio padre, in quanto ero minorenne e fino a quando non avrei compiuto la maggiore età, sotto il suo tetto dovevo fare quello che diceva lui… Peccato che di anni ne avevo 17 e 11 mesi! Da lì nasce dentro di me quella cosa che un po’ in tutti i giovani viene fuori quando si diventa maggiorenni, ovvero il “adesso posso fare quello che voglio”. Prima trasferta lunga da lì a poco fu Lecce-Milan, presi un Intercity Notte, 14 ore andare e 14 a tornare per un magro pareggio 1-1.

La seconda fase, fu in occasione della mia trasferta in aereo nel 2009 a Catania, quando parlando con amici di 4-5 anni più grandi, mi prendevano in giro perchè avevo visto pochi stadi. Mi domandai: “Se ce l’hanno fatta loro, posso farcela pure io!”. La stessa sera che Huntelaar, soprannominato “Il Cacciatore”, siglò una doppietta negli ultimi minuti di gioco, venne coniato anche il mio soprannome: Il Cacciatore di Stadi. Nella stagione 2009-2010 completo la serie A e inizio a visitare gli stadi dei campionati cadetti e i Paesi più vicini come Svizzera e Francia.

In Italia la passione per la visita di stadi sta continuamente crescendo, come interpreti questa tendenza?

Finalmente direi! Per anni sono stato preso in giro dai miei amici perchè andavo a vedere partite “del cazzo”, come le chiamano loro. Ora sono gli stessi che a distanza di qualche anno, vanno a vedere partite in serie C o stadi all’estero. Sono contento che questa passione stia crescendo nel nostro Paese, visto che fino a qualche anno fa, erano davvero in pochi ad essere attratti da altre squadre e strutture, da altri mondi, culture e costumi, al di fuori di quella che è la propria squadra del cuore.

 

Nel tuo libro confessi che molte volte sei più attratto dall’atmosfera dello stadio (cori,striscioni..) piuttosto che da quello che succede in campo. Credi che il senso di appartenenza verso un club e la passione dei tifosi possa essere la salvezza per un calcio ormai sinonimo di business?

Penso proprio di sì, il calcio senza tifo nè tifosi non avrebbe senso. Loro sono tutto, loro sono il calcio. Non nego che alcune volte quando vado a “caccia” di partite nelle serie cadette, dove talvolta mi capita di assistere a incontri senza tifoserie, la noia è tanta. Piuttosto guardo com’è costruito lo stadio, il bagno o cosa vendono nei punti ristoro… E quando ho finito, il mio pomeriggio si può dire concluso, senza dover aspettare il fischio finale.

Al tempo stesso appartenenza verso un club si traduce in odio verso altre squadre ed in caccia al tifoso avversario: nelle tue tante esperienze hai mai vissuto situazioni di pericolo che ti hanno fatto pensare di interrompere i tuoi viaggi o che hanno fatto venire meno la tua passione?

Che mi hanno fatto pensare di interrompere i miei viaggi credo un paio di volte con due tifoserie italiane, ma non voglio fare nomi. Due episodi davvero sconcertanti, ma poi mi sono domandato: “Perchè dovrei darla vinta a questa gente che con il calcio non c’entra nulla?”.

Una volta che invece ho avuto davvero paura, non tanto per me ma per l’incolumità della mia ragazza, fu in occasione della visita al mio stadio numero 100, quando andai a vedere APOEL Nicosia-Aalborg, preliminare di Champions League del 2014 se non ricordo male. (Qui se posso farei un virgolettato del racconto presente nel mio libro).

“Giro e rigiro, fino a quando trovo un parcheggio, anche se siamo a 2 chilometri a piedi dallo stadio. Mi incammino e prendo per mano la Ele, la partita sta per iniziare. Tiro fuori i biglietti pagati 22€ l’uno e chiedendo a uno steward dove sia il mio ingresso, senza guardarli ci indirizza all’ingresso davanti a noi. Entro, ma dopo pochi secondi mi rendo conto di essere in curva dell’APOEL: “Abbiamo due biglietti per la tribuna!”. Nascondo subito il cappellino del Brescia, srotolo i jeans fino alle caviglie per coprire il tatuaggio del Milan, fortunatamente nessuno si è accorto di nulla. La scelta dei vestiti è stata sensata: io indosso una maglietta gialla e la Ele una canottiera blu, come i colori della squadra di casa, ma in curva sono vestiti tutti di arancione! Il colore che la tifoseria cipriota ha scelto di adottare come effetto cromatico. Ci fissano tutti, mi sento in soggezione. Provo a cercare un posto per sedermi, ma non c’è un posto libero! Nel frattempo vedo il campo: GSP Stadium, il mio numero 100! Tutto esaurito o quasi, solo lo spicchio dedicato ai tifosi danesi è semivuoto. Chiedo ad un paio di persone di farci una foto, ma mi evitano tutti. Davvero poco ospitali questi ciprioti, facce cattive, barbe lunghe… sembrano essere molto più turchi che greci! Vedo una ragazza. Bè, almeno lei potrà farci una foto, penso tra me e me, invece no. E dopo averle detto che veniamo dall’Italia, mi risponde: “Ah italiani? Vaffanculo!”. Bel clima, direi. Stasera è la volta buona che le prendo. Riesco finalmente a fare ‘sta cazzo di foto, sfocata ma va bene lo stesso, mentre la partita sta per iniziare. Viene allestita una coreografia dai tifosi di casa con centinaia di cartoncini arancio-bianco-neri, mentre compare la scritta Hell, con in mezzo la faccia del diavolo. “Mono APOEL!”, sento gridare. L’unico striscione che riesco a comprendere è “Feel the terror of Nicosia-APOEL Ultras”, per il resto sono scritti tutti in greco. Dietro la porta invece sventolano 4 bandieroni. Fa un caldo assurdo, sono tutto sudato e nonostante la squadra di casa sia in vantaggio per 2-0 dopo il primo tempo, la gente in curva continua a fissarci. Inizio ad essere preoccupato. La Ele lo è ancor più di me: “Fede, ti scoccia se andiamo?”. Quasi, non vedevo l’ora che me lo chiedesse. La prendo per mano, scendo rapidamente le scale andando verso l’uscita, ma un plotone di steward blocca il cancello non permettendo a nessuno di mettere piede fuori dallo stadio. I tifosi dell’APOEL rimasti all’esterno senza biglietto, stanno cercando di sfondare. Per loro accedere alla fase finale di Champions è come una finale. “Ele, fai finta di star male, almeno ci lasciano uscire!”. Ma i funzionari dell’ambulanza non sono dello stesso parere e ci riaccompagnano dentro il settore. Mi stizzisco: “Exit, exit!”, grido. Sbuffo, mi agito, fino a quando tra gesti e parole a caso, otteniamo quello che vogliamo. Supero senza dare nell’occhio la zona critica, presidiata da un sacco di tifosi che con grida, calci e pugni contro i cancelli, stanno cercando in qualche modo di entrare. Riprendo la lunga via che mi porta alla macchina. Non c’è in giro un cane, sento solo in lontananza i cori provenienti dall’interno del GSP Stadium, ma non mi volto mai. I lampioni non funzionano, è tutto buio. Il cuore mi batte a mille, mentre affretto il passo cercando di fare luce con la torcia del telefono. Prendo la mano di Eleonora, la stringo forte. Sta piangendo: forse inizia a scaricare l’ansia e la tensione accumulata durante la partita. Cerco di tranquillizzarla come posso, e appena salgo in macchina parto subito alla volta di Larnaka.

Cosa pensi della nuova tendenza di realizzare stadi “salotto” quasi fossero teatri (Juventus Stadium ed in nuovi impianti inglesi)? Credi che tolgano un po’ il fascino al Groundhopper tipico e snaturino lo spirito del vedere un partita dal vivo?

A me onestamente piacciono molto. Penso che giustamente ci debbano essere impianti “salotto” all’apice della modernizzazione come l’Allianz Arena di Monaco, il Luzhniki di Mosca, o il Matmut Atlantique di Bordeaux, dove possiamo assistere ai “grandi” eventi, mangiare e bere tra una varia gamma di scelte e sentirci quasi come fossimo a casa nostra. Dall’altra parte trovo però giusto che ci siano da visitare ancora molti  “campacci” delle serie minori, dove possiamo trovare sempre quel fascino e quel tocco di romanticismo che al giorno d’oggi difficilmente possiamo trovare.

La tua attività di Groundhopper continua senza sosta…. dobbiamo aspettarci un”Cacciatore di Stadi 2″, magari quando arriverai a 1000?

Faccio una risata a questa domanda perchè è quello che mi stanno chiedendo in molti! Non lo so, non ci sto pensando in questo momento. A livello editoriale il fine del mio progetto sarà colmato il prossimo anno quando uscirò nel Regno Unito con la versione in inglese. Ovviamente aggiungerò i racconti dei nuovi Paesi visitati, come Russia, Bosnia, Lussemburgo e Norvegia… Per ora! Per il resto se qualcuno pensava che arrivato alla soglia dei 500 impianti potessi darmi un freno, beh si sbagliava di grosso! Ad una passione (o malattia) come il Groundhopping, non si può porre un fine, nel limite del possibile vorrei riuscire a visitare sempre più Paesi per scoprire tutti quei costumi, quelle culture e quegli usi, totalmente differenti dai nostri

 

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